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Ulisse il covid è finito, gli dei mi lasciano tornare

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O donna, chi dunque ha spostato il mio letto?”

OMERO, Odissea

Nell’ Odissea dopo dieci anni tutti gli eroi sopravvissuti sono tornati a casa, solo Ulisse vaga senza poter rientrare in patria.

 Il suo ritorno è ostacolato dagli dei.

Nettuno, infuriato con lui per l’uccisione di Polifemo,  gli invia ondate di tempesta e cavalloni altissimi.

Allora tutti gli altri, quando evitarono l’abisso e la morte, erano a casa, scampati dalla guerra e dal mare; lui solo, che sospirava il ritorno e la sposa, la veneranda ninfa Calipso, la splendida dea, tratteneva negli antri profondi, volendo che le fosse marito.”(I,11-15)

“Sono bloccata in Australia dal covid, non posso tornare in Italia altrimenti non mi sarebbe permesso di ritornare qui. Che nostalgia!”

Come novelli “Ulisse” agli italiani all’estero a cui viene impedito il ritorno avvertono la mancanza di casa.

La nostalgia  si attiva per un nonnulla, fa sentire le ossa molli e la testa piena di una marea tiepida di ricordi; è sofferenza dovuta alla lontananza ma è anche, e questo tendiamo a dimenticarlo, il dolore del ritorno e le pene patite per ritornare.

I Nostoi sono un  poema, incentrato sul tema letterario del ritorno dei Greci in patria dopo la distruzione di Troia.

Il poema per antonomasia del ritorno è l’Odissea.

 Nel poema è proprio la nostalgia ciò che fa preferire ad Ulisse il ritorno, nonostante egli sia consapevole che a casa  troverà il tempo che passa, la morte e, ancora peggio, la vecchiaia invece che l’immortalità.

Ma il ritorno è ostacolato da mille impedimenti. A volte sono gli accadimenti esterni che gli impediscono di ritornare, altre volte è qualcosa dentro che si addormenta nel tran tran quotidiano fra le morbide braccia di seduttrici regine semi divine.

Già una prima volta Ulisse era arrivato in prossimità di Itaca; Eolo il dio dei Venti gli aveva assicurato il ritorno facendo soffiare l’alito dello Zefiro e rinchiudendo i venti rombanti in un otre che gli aveva affidato. “Allora” racconta Ulisse “ il sonno soave mi prese, ch’ero sfinito; continuamente alla barra ero stato, senza darla a nessuno dei miei compagni, perché più presto arrivassimo in patria.” Ulisse si addormenta e l’otre viene aperto: i venti si scatenano.

 Bisogna ricominciare tutto da capo.

Quando Ulisse vede Itaca dal mare, la riconosce, ma il sonno gliela fa di nuovo perdere e per otto anni inizia un’Odissea. i Lestrigoni, Circe, gli Inferi, le Sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole, Calipso.

Il covid o altri impedimenti congiurano a non far rientrare gli expat, moderni “Ulisse” dei nostri tempi. E come per l’eroe anche per gli expat gli impedimenti sono dati dalla realtà esterna ma anche da propri conflitti interni. 

Come per l’eroe anche gli expat si “addormentano” aspettando un visto o un riconoscimento lavorativo, un amore che non si riesce a concretizzare e il covid diventa una scusa per procrastinare.

Addormentati tra le braccia di dee semi divine?

Ma, poi, con un colpo di reni e l’aiuto di un dio si riesce sempre a tornare anche se il ritorno non è mai quello che ci si aspettava.

Kant affermava che il nostalgico è sempre deluso perché non è il luogo della giovinezza che vuole ritrovare ma la giovinezza stessa e quella non la si ritroverà più.

 Quando Ulisse addormentato vieni depositato dai Feaci sulla spiaggia di Itaca lui  non la riconoscerà.

E intanto si svegliava Odisseo luminoso, addormentato sopra la terra dei padri; e non la conobbe, da tanto ne era lontano: e poi nebbia gli versò intorno la dea, Pallade Atena, figlia di Zeus, per renderlo irriconoscibile.” (XIII, 187-191).

Finalmente Ulisse è arrivato ma in realtà sembra non esserci. L’isola pare avere un’altra forma, tutto è estraneo,  e la sua patria si trasforma in un luogo angosciante.

Eh si, il ritorno a casa è un po’ un paradosso; tutto appare a volte più piccolo a volte più grande di come si ricordava, il pavimento sembra più lucido, tutto è familiare ma anche no.

Freud sostiene che: “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.”

A completare il tutto, bisogna dire che la nostalgia stende uno strato di vernice luccicante su un legno corroso dai tarli e appena si intravede il legno sgretolato torna anche la voglia di ripartire.

“Ma come? se avevo tanta voglia di tornare.”

A questo punto per esprimere questa contraddizione citerei un passo di un libro scritto da Miller Madeline: Circe.

Il suo romanzo non è un saggio scientifico  ma poggia sulle solide basi di una conoscenza approfondita delle fonti e dei testi.

L’autrice racconta la vita di Ulisse vista dagli occhi degli altri; prima di Circe e poi dal figlio Telemaco.

Quando l’eroe è volontariamente incatenato dall’amore per la semi dea rimpiange Itaca:

«Di questo io ho sognato» disse lui. «Di campi dorati che si estendono, sconfinati, fino all’orizzonte. Di frutteti, di fiumi luccicanti, di floride greggi. Mi ero convinto che era Itaca che vedevo

Ma dopo anni dal suo ritorno a Itaca, Telemaco descrive così la difficile permanenza a casa di Ulisse.

Era stufo di vivere fra le ceneri, disse. Partì a bordo di una scialuppa e tornò un mese dopo con cinture e coppe d’oro e un nuovo pettorale, e spruzzi di sangue secco sui vestiti. Non l’avevo mai visto più felice. Ma durò poco. Al mattino stava già imprecando contro il salone pieno di fumo e la goffaggine dei servitori.»

Eh si, tornare o rimanere è una scelta difficile e piena di aspettative che non sono mai soddisfatte.

Se si torna a casa tutto non è come ce lo aspettavamo se si rimane la nostalgia ci tiene in scacco.

Ma questo in fondo è il destino dell’uomo sempre in attesa di un altrove che lo soddisferà completamente e mai sazio del luogo che ha conquistato e delle esperienze che ha compiuto.

Scoccare una freccia a favore di Tinder

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Il carnato del cielo sveglia oasi al nomade d’amore.

Giuseppe Ungaretti

L’ho incontrato su Tinder “ mi dice Chiara guardandomi di sottecchi come chi rivela una debolezza, una falla della personalità.

Ma perché vergognarsi di cercare relazioni su un sito? Perché pensare che Tinder sia uno stratagemma narcisistico?

In un mondo che sta cambiando Tinder è uno strumento e solo il modo in cui viene utilizzato  può renderlo negativo. Se diventa, però, un’ossessione o un data base su cui archiviare più incontri possibili, allora, può essere un problema, ma, in realtà, le frecce di Cupido hanno sempre bisogno di una direzione e un sito d’incontri può dargliela. 

Inoltre, se ben usato Tinder è anche un mezzo per raccontare se stessi ed ascoltare il racconto di un altro che non è noi ma qualcuno che a noi assomiglia. L’incontro è una pagina bianca su cui scrivere ciò che vogliamo e se la chat dell’app è un foglio non scritto proviamo, allora, a vederlo come un libro che si srotola da solo, mano a mano che iniziamo a scrivere.

Intanto c’è l’incipit.

Si, certo l’incipit è sempre frustante: “Come stai?” “ Cosa fai?”. A dire il vero, però, negli incontri face to face: “Bella giornata oggi.” non è che sia poi molto più interessante.

Cechov disse che se uno scrittore nell’incipit di un suo libro parla di un fucile; questo fucile prima o poi  deve sparare. Ecco andare a caccia di quel fucile potrebbe rendere interessante una conversazione che muore e sta per esalare l’ultimo respiro. In fondo in tutte quelle frasi banali e stereotipate si cela un’unica domanda: “Chi sei?”

Ed è quel “Chi siamo?” Che come il fucile di Cechov prima o poi deve sparare.

“Oddio! Se neanche lo so chi sono veramente?”

Ecco questo è un buon momento per iniziare a conoscersi. Un mio paziente mi disse un giorno che descriversi su Tinder era come definire se stessi davanti ad un pubblico non pagante.

La regola, però, è che nessuno menta: né con foto dove si è riusciti benissimo, né con pregi che non si possiedono, né con abilità che non si hanno.

 Si inizia a raccontare e  poi si vedrà.

In questo modo mano a mano che andiamo in scena, si snocciola la trama.

Incominciamo da una frase e da una immagine che ci coinvolge, facciamo domande e rispondiamo a domande e piano, piano andiamo vincendo la paura. In punta di piedi tra le maglie della trama appariranno i fallimenti  (“I fallimenti che per tua natura normalmente attirerai” canta Battiato), e con loro incidenti, delusioni, vigliaccate.

A questo punto vien voglia di fermarsi ma a pugni chiusi  è necessario proseguire altrimenti la trama zoppica e non evolve. Pensate un po’ a cosa non sarebbe successo se Madame Bovary non avesse comperato ogni inutilità dall’avido Monsieur Lhereux? e se nell’Idiota di Fëdor Dostoevskij,  il Principe Lev Nikolàevič Myškin non avesse incontrato Nastàs’ja Filìppovna .

Lo so che al primo problema vien voglia di gettare via quella relazione così fragile fatta di parole virtuali; lasciare la pagina incompiuta e gettare il foglio quasi bianco appallottolato nel cestino dell’immondizia, dimenticando di averlo mai scritto.

Ma invece è a quel punto che occorre andare avanti e considerare gli intoppi, i traumi: la  trama della storia.

Mano a mano che ci si inoltra nella relazione che si sta creando conosciamo meglio il personaggio che noi siamo e l’altro davanti a noi mentre tutti i nodi e i fili della trama cominceranno a intrecciarsi e la storia inizierà ad acquistare un senso. E’ la trama che rivela le intenzioni umane; è lei che mostra come tutto sia connesso ed abbia un senso.

Ci sarà, poi, un momento in cui, come in ogni storia che si rispetti, il nostro racconto avrà un epilogo bianco su sfondo nero come in un film degli anni 30.

No, non il finale che immaginate o il finale che già avevate in mente al primo ciao, ma un finale vero quello da cui non si torna indietro.

A questo punto inizia una nuova storia con un incipit, una trama e un finale, ciò che era virtuale ora diventa reale.

 L’equilibrismo di questo primo appuntamento è proprio il ricordarsi che si sta  andando a chiudere una storia, con  tutto il suo bagaglio di malinconia e fazzoletti bianchi che si agitano al vento, e non a iniziarla.

Un vero finale è una incognita, non è necessario fantasticarci su: immaginare e idealizzare, proiettandoci dove ancora non siamo.

La storia di noi e dell’altro che abbiamo disegnato con il contatto su Tinder dovrà assomigliare a quei mandala che i monaci tibetani disegnano con la sabbia; un soffio e tutto si distrugge senza lacrime o tragedie per poi ricominciare a disegnare un nuovo mandala.

Artwork Marco Bruschi FABRIEK STUDIO

Psiche in viaggio

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La psicoterapia, la psicologia, la psicoanalisi odorano di malattia, di disagio di attacchi di panico o di depressione. Non a caso, almeno in Italia l’Ordine degli Psicologi è inquadrato nel Ministero della Salute.

Ma è veramente così? Queste discipline curano chi è malato e lo aiutano ad inserirsi meglio nella società? Ma se la società è malata perché l’individuo dovrebbe ritrovare la salute per reinserirsi in essa?

Beh si, direi che ci sarebbe da grattarsi il capo, un poco perplessi.

Purtroppo non ho strumenti per rispondere a questa domanda e  quando non capisco mi affido ai poeti.  In questo caso cito Montale:

“Non domandarci la formula che mondo possa aprirti.”

I poeti, non ci forniscono mai risposte ma ci aiutano a pensare. Quindi riflettiamo e proseguiamo. Volevo, infatti,  parlavi della psicoanalisi itinerante e della sua utilità in viaggio. Nel mio lavoro con gli italiani nel mondo, molti “vagabondi” si sono rivolti a me attratti dalla possibilità di poter fare una terapia on line senza interrompere l’analisi durante i loro spostamenti. Tutto è andato sempre per il meglio; qualche volta abbiamo parlato in un Van nel deserto, qualche altra in una piazza newyorkese con una fontana e un grattacielo alle spalle. A volte abbiamo dovuto rimandare, in qualche ostello non c’era il wifi, oppure in qualche località in Nepal non c’era campo. Ma voi vi chiederete: perché mai qualcuno che compie una impresa così ambita da tutti dovrebbe rivolgersi ad una psicologa? Il viaggio è libertà e gioia perché mai un viaggiatore  dovrebbe aver bisogno di aiuto?

Embè vi svelo un segreto; viaggiare allarga i confini  ma è una delle esperienze più dolorose che esistano.

Intanto, se viaggiamo col cuore e con piedi e non su pullman con l’aria condizionata, entriamo in contatto con la povertà e questo ci fa avvertire l’ingiustizia del mondo: ed è dolore. Inoltre, lungo la strada incontriamo altri viandanti come noi con cui facciamo un pezzo di strada insieme. Un pezzo di cammino solo, però, perché in un certo giorno, davanti ad un rosso tramonto, i nostri sentieri si divideranno e dovremo separarci. Questi incontri sebbene forieri di nuove emozioni danno luogo ad uno dei dolori più intensi per l’essere umano: la separazione . Chi ha fatto un percorso insieme a noi se ne va e un pezzo di strada è finito e nonostante i whats app e  i Facebook con buona probabilità non lo rivedremo mai più. Questi incontri, ovviamente, non sono solo lacerazione, a saperli cogliere sono anche segni sul nostro cammino, ma sopraffatti dal dolore in genere non li vediamo.

Barbara Hannah nel suo libro Vita e Opere di C.G. Jung scrive:

Jung si trovava sulla riva di un fiume, lo sguardo volto alle montagne che si levavano per quasi duemila metri al di sopra dell’altopiano. E all’improvviso, un vecchio indiano si era letteralmente materializzato in assoluto silenzio accanto a lui, chiedendogli con voce profonda e vibrante di emozione: “ Non credi che tutta la vita provenga dalla montagna?” Jung rispose: “E’ evidente a chiunque che tu dici la verità.”

Fu uno di quei brevissimi incontri di Jung con persone che sembravano sfiorarne la vita, appena il tempo di trasmettergli un messaggio. In più, direi che chi viaggia è in genere un’anima inquieta che sta cercando qualcosa e non sa cosa sta cercando, ma come l’ubriaco che cerca la chiave sotto al lampione sbaglia il posto della ricerca. E’ nel buio che deve cercare: negli angoli più scuri della sua interiorità. Ed è in questo senso che la psicoanalisi senza essere “cura” può aiutare molto. Essa ci aiuta nel far risuonare dentro ciò che vediamo con gli occhi e a riconoscerci abitanti non solo del nostro paesello ma abitanti del mondo. I bimbi che giocano con una palla di stracci siamo noi, che nell’ingenuità dell’infanzia sapevamo giocare con ogni oggetto che trovavamo. Ma come riconoscerlo se la nostra infanzia l’abbiamo dimenticata?

I popoli che guardano al sole come al loro unico dio assomigliano a noi quando scrutiamo il cielo cercando delle risposte? Ma come vedere il cielo quando siamo illuminati da luci artificiali? Il corpo che brucia su una pira nelle acque del Gange ci fa comprendere un altro modo di celebrare la morte, laddove nella moltitudine tu te ne vai perché altri tornino a vivere. Ma come fare a percepirlo quando la morte è un tabù segregato in un ospedale. Certi paesaggi in Argentina e in Sudafrica ricordano il mondo prima che gli uomini vi costruissero grattacieli e superstrade. Ma come vederli se abbiamo occhi solo per il nostro comfort?

In un mio trekking  in Patagonia,  durante un cammino scosceso e difficile, stanca, affamata e con un paio di scarpe inadatte mi sono voltata indietro e ogni disagio è sparito; ero in un paesaggio precedente alla venuta dell’uomo, era il mondo così come è sempre stato nella quiete dell’eterno inizio.

Là in quelle distese primordiali  mi sono sentita radicata, non alla mia città, alla mia lingua e al mio cibo, ma al mondo.

Questo che descrivo è stato un’attimo, un barlume di luce mentre spesso, invece, il nostro punto di vista ci inganna, guardiamo con occhi disattenti e usiamo la testa anziché il cuore.

Sempre Barbara Hannah scrive di un dialogo che  Jung tenne con il capo dei Taos Pueblos:

Il capo, che si chiamava Ochwiay Biano, che significa “Lago Montano”, aveva un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei Bianchi, e Jung restò sbalordito udendolo affermare che gli indiani ritengono gli americani pazzi perché pensano nelle loro teste. Jung chiese dove avesse sede il pensiero degli indiani, e la risposta fu: “Nel cuore”

E’ il cuore e non la testa che ci aiuta a riportare dentro ciò che vediamo fuori, che ci aiuta a sopportare la separazione e a dargli un senso. E’ sempre lui  che ci fa a scoprire che la nostra inquietudine è un sentimento comune a tutti gli esseri umani. Quando in una bar dalle zozze tovaglie di plastica, ci sentiamo soli e persi e con lo sguardo vuoto guardiamo ad un vecchio poster della Coca Cola, è solo il senso del viaggio che ci fa rialzare da quella sedia e riprendere il cammino. 

E il senso lo troviamo nel cuore e in tutti quei frammenti di vita che hanno costruito il nostro viaggio. Consapevoli che  il viaggio fuori non è l’unico viaggio, c’è un altro viaggio che lo deve affiancare ed è il viaggio interiore.

Expat: scegliere

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Se faccio così avrò degli svantaggi  e anche dei vantaggi, se faccio nell’altro modo avrò dei vantaggi  e comunque anche degli svantaggi. Ma cosa devo fare?

Se accetto quel lavoro,  avrò degli avanzamenti di carriera, ma sarò sempre impegnato e non potrò dedicarmi alla famiglia. Se non accetto, però, questa è una opportunità che non mi si presenterà mai più.

Se vado in Giappone imparerò il giapponese ma sarà solo lavoro e niente vita privata ma se torno in Australia forse non troverò  più il lavoro che fa per me. E’ proprio l’expat che spesso si perde in questo labirinto. Ma perché proprio lui?   A lui che ha già scelto con determinazione? A casa era in grado di scegliere, perché ora no?

Intanto, c’è da dire dire che la scelta sembra porsi tra due alternative, ma a ben vedere le opzioni in gioco sono sempre tre; in ogni caso è sempre possibile non scegliere. Si narra che quando un nomade arabo esitava a prendere una decisione, sceglieva tre frecce: su una scriveva:  “Il mio signore mi ordina” e sull’altra “Il mio signore mi vieta”. La terza non aveva alcuna scritta. Egli riponeva le frecce nella faretra, poi ne prendeva una a caso e seguiva i suoi consigli.

Se gli capitava la freccia su cui non c’era scritto niente, procrastinava.

Il non scegliere in realtà non è una alternativa ma permette di indugiare in un tempo sospeso dove è possibile procrastinare la scelta all’infinito.

Amaterasu dea della luce si rivela....
Fotografia scattata dalla Dottoressa durante un viaggio in Giappone.

E’ forse in questo spazio di attesa che si situa l’expat che ora non sa più scegliere?  Aspetta e riempe questo tempo di frasi del tipo: “Appena sono in Giappone.” se è in Australia, “Appena sono in Australia” se è in Giappone.

 Ma, procrastinare la scelta provoca una sorta di paralisi che è l’esatto contrario di ciò che si era cercato andando a vivere lontani da casa. Ed ecco che allora la scelta diventa un momento di dolore e di perdita di sé. Non si sa più chi si è e dove si sta andando.

L’oscillazione tra A e B si fa sempre più forte e le giornate sempre più piene di angoscia.

Ed è a questo punto che subentra la paralisi; le giornate scorrono tutte uguali e pare non esserci nessuna possibilità: il mondo si fa grigio.

Scegliere a questo punto diventa indispensabile ma A o B questo è il problema; amletico direi…

La causalità però non è una legge assoluta, bensì solo una tendenza o preferenza probabilistica. La causalità non tocca il cuore delle leggi naturali, è solo un modo di pensare che soddisfa la nostra comprensione mentale di una serie di eventi.

Il pensiero sincronico in Cina è il modo classico di pensare; ed è un pensare per campi più vicino alle leggi naturali. La domanda nel paese del Sol levante non è perché sia accaduto qualcosa o quale fattore abbia causato un certo effetto, ma quali eventi amano accadere insieme in modo significativo e nello stesso momento.

Fino al XIX secolo nelle scienze si pensava che solo cause fisiche potessero avere effetti fisici e che le cause psichiche fossero la causa di effetti psicologici. In seguito si ci è chiesti se esistessero interazioni tra queste due linee. Esiste qualcosa come una causa psichica di eventi fisici, e viceversa?

Il pensiero sincronico è un’articolazione del pensiero primitivo dove non vi è alcuna distinzione tra i fatti psicologici e quelli fisici.

Un po’ di anni fa mi trovavo tra i Dogon a Sanga un indovino mi disse che nel suo paese le persone afflitte o indecise sul da farsi  interrogavano Ambakene Teme l’indovino della volpe.

“E chi non ha dei dubbi?” Gli risposi. “ Dai, interroghiamo la volpe.”

Quella sera nella luce rossa del tramonto io e un certo numero di persone ci recammo alla divinazione sulla strada di Sinkarma. L’indovino davanti a noi camminava rapido. Ma ad un tratto, come se avesse individuato qualcosa,  si fermò di colpo. Recitò una cantilena e iniziò a disegnare uno spazio diviso in campi uguali, come il nostro gioco della campana. Finito il disegno Ambakene pose in ogni rettangolo: una conchiglia, un bastoncino e alcune pietre.

Mentre Ambakene versava sulla griglia un liquido biancastro, miglio e miele selvatico, questa illuminata dalla luce rosa albicocca del tramonto appariva simile ad un quadro di Mondrian.

Al giungere del buio ci allontanammo. La volpe sarebbe arrivata nella notte, avrebbe lasciato delle tracce con le zampe e domattina  l’indovino le avrebbe interpretate.  All’alba Ambakene  illuminò la sabbia con la poca luce di una torcia che aveva le pile quasi esaurite e lesse su quella che era diventata una pagina di sabbia le impronte della volpe.

Studiò a lungo ma la risposta fù secca: “ No.”

In quell’alba irreale accolsi quella risposta dando ad essa un significato metaforico, quel “No.” non era dettato dalla ragione ma sono sicura che quella risposta diede movimento ad una mia situazione di malessere e di immobilità.

Del resto una visione razionale del mondo è una visione parziale ed è piena della presunzione umana di conoscere tutto ciò che c’è da conoscere

 E’ dal disordine, dall’epifania, dall’incastro casuale e al contrario da decisioni di laboratorio o previsioni  di un algoritmo che nasce la possibilità di meravigliarsi positivamente della scelta che abbiamo compiuto.

L’impronta della volpe

Un consiglio di lettura della Dott. Daniela Brambilla, legato ad ogni articolo uno spunto per approffondire l’argomento trattato.

Expat: Perchè sono qui? Ovvero L’anima dei luoghi

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Model Nel Cielo Splendevano Due Lune Ph. Marco Bruschi

«Un luogo non è mai solo quel luogo. Quel luogo siamo un pò noi. In qualche modo, senza saperlo ce lo portavamo dentro…e un giorno per caso ci siamo arrivati.»

(Antonio Tabucchi)

“Ma lo sa dottoressa che tutti gli americani possiedono un’ arma?”  mi dice Carlotta scuotendo la testa. “Qui in Texas  pensano di essere i migliori e non escono mai dal loro paese.” conclude arricciando il naso.

“ I Francesi mangiano rane, lumache e formaggi che puzzano.”mi dice Filippo apparentemente disgustato.

“Non si può star male in Australia.” dice Gabriele: “ Ti guardano dall’alto dei loro muscoli  e ti sorridono masticando un no Problem.”taglia l’aria con una mano e borbotta:  “Mi chiedo che cosa ci sto facendo qui?”

L’expat che per lavorare è emigrato in un altro paese porta con sé un vissuto di estraneità e di non appartenenza.

“Sono stato costretto.” Dice sempre Gabriele: “avevo uno stipendio da fame.”

“Costretto? Chissà se è vero? ” Rispondo io alquanto dubbiosa su questa fantomatica costrizione.

“Altri non emigrano.” Aggiungo fissando dall’altra parte dello schermo Gabriele che abbassa lo sguardo; pensieroso.

 Il cibo, il tempo e lo strano modo di adattarsi  alla vita sono elementi concreti di un paese; ma proviamo a vedere le cose sul piano simbolico.

Model Nel Cielo Splendevano Due Lune Ph. Marco Bruschi

Seguendo le orme di Jung e degli antichi greci, Hillman sostiene che i luoghi hanno un’anima e sono popolati da divinità, inoltre assorbono i pensieri e le tradizioni degli uomini che li abitano da secoli o da millenni.

Quindi, se i luoghi hanno un’anima anche l’attrazione che i paesi hanno su di noi può essere un movimento d’anima?

 Se quindi è vero che quel luogo esercitava su di noi un’attrazione inconscia può essere vero che lo star immersi in quel paese  ci spinge verso un lavoro interiore che può compiersi solo dopo aver vissuto in quel certo luogo; deserto, freddo e ventoso, caldo e ospitale ma comunque distante dalla nostra zona di confort?

Il fatto di essere arrivati in una terra ai margini del nulla può voler dire che si aveva il bisogno di fare decluttering? Forse le mille luci della città non permettevano di vedere l’essenziale?

Forse si è capitati in un mondo sorridente come quello australiano per fare i conti con la nostra pesantezza? Non ne veniamo forse da un paese che si sta accartocciando nelle sue leggi e che sembra non guardare più al futuro?

L’autarchia Texana non ci spinge forse a riflettere su cosa possiamo fare da soli e di quanto abbiamo bisogno dell’altro spingendoci verso l’ascolto dell’interconnessione tra noi esseri umani?

Qualsiasi luogo non è altro che una parte di noi con cui dobbiamo fare i conti;  essere in quel paese invece che altrove ha un suo significato; forse misterioso ma che vale la pena di trovare per fare si che quello che era un semplice moto di sopravvivenza si trasformi in un cammino di arricchimento personale.

Per fare questo occorre distogliere lo sguardo dall’esterno per soffermarci sull’interno, nell’osservazione di quale alchimia è stata provocato dall’incontro della nostra interiorità con quel paese.

Quando si era a casa si guardava oltre la siepe, ora che la siepe l’abbiamo saltata, occorre fermarsi, chiudere gli occhi abbassare le spalle e guardarsi dentro, dentro alle pieghe della nostra anima, laddove nulla accade per caso ma tutto ha un senso.

TABUCCHI _ FELTRINELLI

La Dott.ssa Daniela Brambilla ha citato Antonio Tabucchi, dal libro ‘Viaggi e altri Viaggi’ di cui consiglia la lettura.

Edizione Feltinelli 

La conquista di Marte

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Sailors fighting in the dance hall

Oh man! Look at those cavemen go

It’s the freakiest show

Take a look at the Lawman

Beating up the wrong guy

Oh man! Wonder if he’ll ever know

He’s in the best selling show

Is there life on Mars?

David Bowie Life on Mars

Lo scorso 18 febbraio la Nasa ha pubblicato le immagini delle manovre di atterraggio del Perseverance sulla superficie di Marte per iniziare la ricerca di tracce di vita sul pianeta.

Il Pianeta rosso, al momento, ospita due grossi rover, oltre i mille chili e con dimensioni di un grosso suv, entrambi della Nasa. Uno è lì da un decennio, Curiosity, e l’altro, Perseverance, è appena arrivato ed è il primo tassello, fondamentale, dell’operazione Mars Sample Return, che porterà pezzi di suolo marziano da analizzare nei laboratori terrestri.

La colonizzazione di Marte è una grossa sfida, manca: l’aria, l’acqua e il cibo, ma la hybris dell’uomo non si ferma davanti a nulla. Sulla terra ci stiamo stretti? Forza cerchiamo altri spazi. La volontà di conquista è forte e la si evince dalle storie che l’uomo racconta che  rivelano a volte inconsciamente a volte no; le nostre paure, i nostri sogni, il nostro eroismo ma anche la nostra arroganza.

Una a caso; nel 2014 il romanzo di Andy Weir L’uomo di Marte vede il protagonista, il botanico Mark Watney, riuscire dopo innumerevoli tentativi a coltivare patate nel terreno duro e rosso del Pianeta.

Insomma, vivere su Marte è ancora impossibile, ma la ricerca e le esplorazioni avanzano e il desiderio è tanto. La  scienza espressione della cultura umana che piega al suo volere la natura va avanti a colpi di machete e disbosca foreste per insediarvi orti, pozzi, capanne/ case esattamente come è sempre stato e pare che sempre sarà.

Ma vogliamo chiederci a livello simbolico cosa significhi in questo periodo il bisogno vero o indotto che sia di colonizzare Marte? Perché cerchiamo sempre nuove terre da colonizzare e non ci guardiamo dentro dove ci sarebbero, volendo, ben altre imprese da compiere? 

Nel Rinascimento alcuni individui di genio si dedicarono ad una esplorazione del mondo interiore  ardita e rivoluzionaria tanto quella che avveniva in quegli anni nel mondo esterno dei grandi navigatori.

Questi pensatori esaminando la vita interiore scoprirono isole, passaggi e canali, a volte continenti, tracciarono mappe, escogitarono metodi, ma anche allora le loro ricerche godettero di meno fama di quelle degli esploratori di nuove terre. Vuoi mettere Cristoforo Colombo che conquistò un continente con così tanti beni da trafugare che fermarsi a interpretare i sogni o guardare alla nostra anima?

Eppure quegli esploratori dell’interiorità ai nostri tempi potrebbero ridarci il senso di dove siamo, di dove siamo venuti, delle strade giuste da prendere se vogliamo raggiungere luoghi fertili e inesplorati. Non già  luoghi esterni ma territori  abbandonati dell’anima.

Fra questi esploratori il più grande maestro fu Marsilio Ficino, che si rivolse all’astrologia per cercarvi e trovarvi i simboli della vita interiore; dei suoi travagli e delle sue trasformazioni, dando forma ad un’arte dell’immaginazione, che egli riteneva la medicina appropriata per l’anima sofferente.

Ficino ci metteva in guardia dal Pianeta rosso;  le manifestazioni  del dio sono: collera, violenza, odio, aggressività di ogni genere, durezza ma anche eroismo.

Infatti;  Ficino sapeva bene che dopo aver affrontato tutto il potenziale negativo di un dio possiamo permetterci di accogliere tutto il potenziale dell’altro lato;  e constatare che spesso la sua irruenza si rivolge a scopi meno distruttivi ma più creativi.

Attualmente la guerra e la violenza sono ancora diffuse e perseguite con una arroganza da minacciare la nostra stessa esistenza e il nostro eroismo lascia alquanto a desiderare.

La collera e l’intolleranza la fanno da padrone, non solo nell’odio tra nazioni ma anche  nelle situazioni domestiche;  dove ogni giorno sposi, genitori, innamorati, amici e vicini impazziscono colpiti da improvvisi attacchi di collera, posseduti da Marte in maniera tale da essere trasformati in creature folli.

Se prima di conquistare Marte e piegarlo alla volontà di cultura riconoscessimo  la nostra aggressività, il nostro desiderio di predominio e la nostra arroganza faremmo inevitabilmente i conti con quel pianeta roccioso la cui superficie è stata modellata da vulcani, impatti di meteoriti e venti violentissimi, e gli potremmo attribuire un posto simbolico nel pantheon della nostra psiche traendo dal suo fuoco e dalla sua rabbia: fuochi creativi e rabbie costruttive.

Scrive Ficino:

“Marte è superiore di fortezza, perché egli fa gli huomini più forti. Venere doma Marte, imperò che quando Marte nella natività dello huomo signoreggia, dona magnanimità e iracundia, e se Venere proximamente vi si aggiunge, benché non impedisca la magnanimità da Marte concessa, nientedimeno raffrena el vitio della iracundia, ove pare che, facendo Marte più clemente, lo domi.”

Nella mitologia Marte e Venere sono amanti e insieme si uniscono e hanno una figlia: Armonia. Armonia sposò Cadmo e vissero insieme fino alla vecchiaia e si dice che  il loro fu l’unico matrimonio in cui furono invitati tutti gli dei, nessuno escluso.

Marte è forte e spacca la psiche permettendo a desideri, stati d’animo, sentimenti e pensieri di sostenere il conflitto.

Venere è la grande madre ereditata dalla tradizione neolitica; nuda e sontuosamente voluttuosa è la dea creatrice trasformata nel tempo nella più banale dea dell’amore.

Armonia, la figlia, non è una soporifera mescolanza tra i due ma somiglia piuttosto alla corda tesa di una lira; è la tensione fra i due poli prodotta dalla loro forza contrapposta, non dalla loro mescolanza

Riconoscendo, quindi, la nostra aggressività e tenendola in tensione con Amore potremmo   abbandonare la nostra hybris di conquistatori di mondi esteriori per rivolgerci all’interiorità e trovarvi lì:  Armonia.

Marte e Venere sono pianeti ma non sono solo fuori di noi ma anche dentro di noi; ciò che dobbiamo trovare non è una natura altra dall’umano , ma il tessuto fine di relazioni che ci lega all’ossigeno, all’acqua , ai pesci nell’acqua e persino ai pianeti nel cielo.

Pensare per opposizione tra natura e cultura è solo una delle molteplici possibilità di pensare all’ambiente.

Il totemismo e l’animismo, per esempio,  risultano più attenti alle relazioni e alle possibilità di vivere nella tensione tra due opposti.

In questi tempi di transizione sarebbe un errore madornale continuare a pensare nei termini di una rigida opposizione tra natura e cultura; una cultura trionfante  e una natura da conquistare e da domare. 

Siamo fatti di polvere di stelle  il piccolo è uguale al grande, i pianeti del cielo sono anche dentro di noi. Lo dicevano già i filosofi che precedevano i telescopi; non era necessario vederli i pianeti per sentirli risuonare del medesimo ritmo del nostro cuore, figurati se era necessario conquistarli.

Sogni Contagiati

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Il mondo “non sarà mai più lo stesso” quante volte l’abbiamo sentito ripetere? E’ accaduto all’indomani dell’11 Settembre, dopo la recessione del 2008-2009 e dopo la crisi dei rifugiati nel 2015.Più recentemente  il covid 19 ci ha costretti ad un lockdown che ha minato dalle fondamenta il pianeta così come era; il mondo globale è parso crollare. Sulla traccia del pericolo le frontiere si sono chiuse, gli italiani  hanno cantato l’inno nazionale sui balconi chiudendo, però, la porta agli altri paesi così vicini fino al mese prima. A dicembre 2019 bastavano 19 euro e ci trovavamo a far merenda ad hide park o a fare shopping sugli Champs Elysées a Parigi,  il 25 dicembre si poteva andare nella casa di Babbo Natale in Norvegia prima che i bambini aprissero i regali che lui aveva portato. Chiusa anch’io come tutti nel ristretto mondo del mio quartiere ho pensato che il pianeta non era più lo stesso:. si era ristretto. Attonita e con gli occhi sbarrati dallo stupore ho continuato il mio lavoro da remoto con gli expat; i nuovi migranti italiani che grazie al villaggio globale portano il loro sapere e la loro genialità lontano dall’Italia che li paga così poco.Sono bastati pochi giorni per accorgermi di un evento nuovo e sensazionale: gli abitanti del mondo chiusi in casa, e se non chiusi in casa minacciati da un pericolo incombente, stavano vivendo un evento uguale per tutti.  Con sorpresa mi sono accorta che la caduta del villaggio globale aveva reso maggiori le distanze fisiche ma non quelle psichiche: tutte le mamme si trovavano ad inventare giochi e a sedare paure non più immaginarie, i padri comparivano finalmente nella vita dei figli, i single facevano meditazione e i fidanzati amoreggiavano on line.Il covid aveva colpito tutto il pianeta e i giornali hanno iniziato a parlare di pandemia.; il dio Pan, “tutto” ha sottolineato la connessione di tutti con tutti. A New York come a Londra, come a Copenaghen i vicini di casa, stranieri sino al giorno prima, sono diventati amici di prigionia. 

E così è successo che tutti hanno iniziato a sognare, sogni diversi ma simili nel contenuto.  La paura del contagio ha preso la forma della paura di invasione: degli zombi ciechi camminavano per le strade deserte e senza sole, una persona sconosciuta forzava la porta di casa, uno tsunami  avanzava minaccioso cercando di raggiungere delle case rosa arroccate su una collina. La paura dell’invasione viaggiava vicino all’interrogativo di: “chi sono ora?” e “dove sono?” Tutti  cercavamo una via di ritorno o una via d’uscita, qualcosa di solido, qualcosa su cui poter contare per dare luce, speranza e senso dell’orientamento mentre ci muovevamo in territori oscuri.Pieni di domande ad un tratto abbiamo iniziato a incolpare i vicini, il governo, la Cina e Trump: maniaci ci inseguivano e gli Zombi comparivano tra il letto e il divano in quella quiete domestica che ci sembrava inattaccabile.  Gli archetipi dell’umanità incominciavano a mostrare come eravamo non solo connessi in rete ma anche nel nostro immaginario più profondo.In una etnia del Gabon nord-orientale, nel villaggio di Mèkouka, la comparsa dell’Ebola è stata attribuita alla presenza di un ezanga, che nella lingua bakola significa “vampiro” o “spirito maligno”; gli esanga sono spiriti cattivi che provocano le malattie in quegli individui che hanno accumulato ricchezze senza condividerle con la comunità Dopo un pò come se si fosse verificata una sorta di terapia collettiva la minaccia non è più arrivata da fuori ma da dentro come se il covid persecutore non stesse più fuori nel pericolo del contagio; crollavano tetti, si chiudevano pareti e pavimenti si sbriciolavano sotto i nostri piedi come biscotti. Il covid non ci attaccava più da fuori ma dava una scrollata alle fondamenta della nostra individualità: ci attaccava da dentro, e sembrava colpire la nostra hybris di esseri umani  approfittatori di ciò che è naturale.Verso il finire della primavera e l’inizio dell’estate hanno incominciato ad emergere  elementi forieri di possibilità fino a quel momento inimmaginabili; vere e proprie storie che cercavano un inizio: “prima del covid” una trama “durante il covid” e iniziavano ad immaginare una fine e un nuovo inizio che tenesse conto dei bisogni umani.Micol scienziata in Danimarca ha sognato che c’erano dei palazzi distrutti, ed era successo prima del covid, però ora in cucina stavamo preparando una cena con delle bucce di patate avanzate.Davide  giornalista a New York sogna che il sole stava sorgendo dalla parte opposta.Antonella torna piccola: “Ero sul divano e intorno a me c’era un guerra con scoppi e bombe e qualcuno mi dice che mi va bene che sono su zoom se no tutti se ne accorgerebbero che sono senza un calzino…ma ero felice e libera senza scarpe e con il moccio al naso.”Abbiamo bisogno – ricorda M. Di Renzo-di nuove possibilità, di atteggiamenti meno contrapposti, di una visione che includa Oriente e Occidente (il sorgere e il calare del sole) in una naturale successione di accadimenti fisici e psichici, abbiamo bisogno di stagioni che segnino il tempo, abbiamo bisogno di includere la morte nella visione della vita e non come conseguenza di fallimenti o di sciagurate scelte politiche, Abbiamo bisogno di umiltà e di sacro rispetto a ciò che ci trascende (Babele. Speciale Covid-19, 2020, p.8). Forse non l’abbiamo percepito ma per la prima volta nella storia del mondo abbiamo sognato tutti assieme e per lo meno nel mondo invisibile ed etereo del sogno abbiamo cercato di trasformarlo questo mondo.  Una moltitudine di inconsci al lavoro si affaticava a trovare un senso e a ricominciare.In verità ci dicono sin da bambini che la realtà è diversa dai sogni eppure se di tutta quell’energia trasformativa ce ne facessimo qualcosa beh, forse qualcosa potrebbe cambiare.

Non di sola psicoterapia

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Hugo Simberg, L'angelo ferito 1905-1906

La vita quotidiana è piena di avvenimenti frustanti, tentiamo di prendere l’autobus e riusciamo a perderlo, alla riunione il capo ufficio pare avercela con noi e non riusciamo a concentrarci. Nella pausa pranzo il nostro partner pare non ascoltarci, e poi alla sera in famiglia tutti sembrano parlare linguaggi incomprensibili; e non parliamo poi di quei drammatici momenti in cui si perde il lavoro, oppure, peggio ancora si va incontro ad una separazione coniugale.

E se un evento traumatico ci colpisce? Se accade che non amiamo più il nostro partner o una persona cara muore, o noi stessi abbiamo un incidente?

Nel passato il trauma era la fonte della nostra creatività, l’evento che ci faceva crescere e che ci conduceva verso l’individuazione, verso la ricerca del nostro senso e del nostro scopo, e la poesia, la letteratura, l’arte hanno avuto origine dal trauma trasformato in qualcosa d’altro.
Attualmente invece appena il dolore bussa alla nostra porta, andiamo da uno psicologo o da uno psicoterapeuta e cerchiamo nella diagnosi la nostra identità; sindrome da ansia generalizzata, se sentiamo paura di vivere, ansia sociale per definire un carattere introverso, libera ansia fluttuante di fronte alla precarietà dell’esistere.

Parliamo di attacco di panico se all’improvviso “nel mezzo del cammino della nostra vita” ci troviamo a fare i conti con la morte, grande rimosso della nostra società. Sembra che in qualche modo, la sofferenza sia diventata patologica, soffri? sei malato, hai angoscia? devi essere curato.

Non si prende mai in considerazione che la sofferenza, che incontriamo nel nostro percorso di vita, non è necessariamente una patologia e non richiede per forza una medicalizzazione psicoterapica.
Soffrire infondo non è che il sintomo della nostra vulnerabilità di uomini, e secondo Hillmann nel libro “La vana fuga degli Dei” le divinità si mettono in contatto con noi attraverso il nostro trauma.

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” diceva Ungaretti nella sua metafora sulla caducità della vita, era libera ansia fluttuante?
Certamente era una maniera sublime di esprimere il disagio, un modo sublime ma indubbiamente anche terapeutico.

Nella società attuale l’esigenza di funzionare al meglio non lascia spazio per il disagio esistenziale, che diventa patologia, si è sani se si è conformi altrimenti si corre dallo psicologo oppure s’intraprende una psicoterapia cognitivista o comportamentista.

Frank Ferudi afferma che la patologizzazione delle esperienze umane risponde all’esigenza di omologare gli individui.

L’imperativo terapeutico che si va diffondendo promuove non tanto l’autorealizzazione, quanto l’autolimitazione.
Infatti, postulando un sé fragile e debole, implica che per la gestione dell’esistenza sia necessario il continuo ricorso alle conoscenze terapeutiche. […] È allarmante che tanti cerchino sollievo e conforto in una diagnosi.
Si può individuare, nell’istituzionalizzazione di un’etica terapeutica, l’avvio di un regime di controllo sociale. […] La terapia, infatti, come la cultura più vasta di cui fa parte, insegna a stare al proprio posto. In cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento.
F. Furedi, “Il nuovo conformismo” (2004), pp 29, 248

James Hillman invece in Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, sostiene che le psicoterapie si propongono di adattare l’individuo a una società che genera malessere e finiscono per generare ulteriore malessere nell’individuo e nella società.

Non si vuole qui negare l’utilità della psicoterapia.
La terapia aiuta quando non si funziona più quando le nostre paure ci invalidano e ci impediscono l’autonomia. Ma cosa c’è sotto quella paura? Qual è il demone o l’archetipo che giace nell’ombra?, e inoltre perché far sparire il sintomo?

James Hillman dice:

“la psicologia ritiene che ogni sintomo non è altro che il modo sbagliato di esprimere la cosa giusta”

“Assecondate i vostri sintomi […] poiché di solito nel caos c’è il mito, e il caos è un’espressione dell’anima”

Diceva Rilke a proposito

“Non voglio che siano eliminati i dèmoni, perché si porterebbero via anche gli angeli”

L’approccio della psicoanalisi alla malattia e al sintomo è sicuramente diverso dalle psicoterapie comportamentiste o cognitiviste.
Per la psicoanalisi l’essere conformi è il tratto tipico della malattia, e per la psicoanalisi, è proprio l’obbligo di essere conformi ad una società ormai “malata” che crea il disagio esistenziale e le varie categorie diagnostiche, che vengono poi catalogate nel DSM.

Psicoanalisi, patologia, psicoterapia e filosofia

 

Sebbene questo sia l’assunto teorico, però la psicoanalisi si situa fuori dal contesto storico, essa basa la sua indagine nella patologia e nella biografia, mentre oggi sono la geografia e la storia a “rubare” l’anima, e a creare paura ed angoscia.
Attualmente gli individui sono sempre apparentemente vicini, si può avere un proprio caro in un altro continente e vederlo, attraverso Skype, tutte le sere, in poche ore si vola da una città all’altra e la geografia e la storia mutano ad una velocità vertiginosa. La nostra visione del mondo finisce per rimane troppo angusta, se si ripiega sulle nostre angosce infantili.
Comprendere il mondo in cui viviamo e chiarire la nostra visione del mondo, può aiutarci a reperire un senso alla nostra vita. Il senso che noi diamo al nostro vivere e al mondo sono responsabili del nostro modo di pensare e di agire, di gioire e di soffrire.
Ma la ricerca di senso non è una faccenda di psicoterapia ma è una faccenda da consulenza filosofica.

La filosofia nasce in Grecia, nel V secolo a.c. e nasce proprio come pratica di vita.
Tali erano le scuole filosofiche greche, prima che la filosofia, si disinteressasse della vita e divenisse solo conoscenza teorica.

Il “bisogno di filosofia” è dettato dalla persuasione, come dice Platone, che “una vita che non mette se stessa alla prova, non è degna di essere vissuta“; e per chi ha simili aspirazioni l’incontro con la consulenza filosofica potrebbe essere l’occasione che lo differenzia, che lo porta all’altezza della sua vita nell’ottundimento del mondo.

A raccomandarlo è lo stesso Kant, che in proposito scrive:

Spetta al filosofo prescrivere una dieta per l’anima. […] per questo il medico non dovrebbe negare al filosofo un suo intervento, se questi talvolta tentasse l’impegnativa cura della pazzia.

La ricerca del senso è una faccenda filosofica mentre in analisi si impara a saper ricordare veramente, a saper liberare la fantasia, ma soprattutto a saper trovare le parole per le cose invisibili.

La filosofia aiuta a ritrovare il “senso“, la psicoanalisi a ritrovare “Le parole per dirlo” (titolo del libro di Marie Cardinal) e a liberare quella che Hillman chiama la “psiche poetica“.
Le parole per dirlo è una storia tutta al femminile di un’analisi. È attraverso l’analisi che Marie riscopre la vita e ritrova la felicità ed è attraverso l’analisi che svela il talento del quale era stata dotata sin dalla nascita: la scrittura.

Gli psicoanalisti sono stati scrittori e i pazienti a volte si ritrovano scrittori o almeno se non proprio scrittori riescono a riscrivere la trama della loro vita. Le storie cliniche che i pazienti raccontano, trasformate in narrativa danno sollievo da ansie ed angosce ma anche il processo inverso leggere e ritrovare le stesse ansie e angosce nei libri di narrativa aiuta.

All’interno della stanza di analisi il paziente tesse la sua storia, storia che da sollievo a raccontarla e che da sollievo sentire che è già stata raccontata magari seicento anni fa.
La psicologia, a mio avviso, dovrebbe prendere l’avvio non dalla fisiologia del cervello o dalla struttura del linguaggio, o dall’analisi del comportamento ma dalla narrativa, dalle biografie in ultima analisi dalle storie.
È strano come agli psicologi il cui lavoro consiste nell’ascoltare storie, non venga insegnato su come la gente racconta storie, con l’aiuto della letteratura, del giornalismo e persino dei verbali dei processi.

L’esperienza creativa fa parte delle normali facoltà e modalità della persona; e oltre alla scrittura e la filosofia anche la pittura e il disegno aiutano ad esprimere sentimenti ed emozioni inesprimibili.
Jung riteneva che la creatività fosse un istinto primario e che la nevrosi venisse generata da un blocco di questo impulso e la psicoanalisi junghiana privilegia l’attività artistica come fulcro di qualsiasi guarigione.

L’ipotesi che la mente umana sia strutturata secondo “forme a priori“, gli archetipi, induce gli psicologi di matrice junghiana a scrutare le immagini nelle quali questi archetipi si incarnano, per sondare il vissuto psichico più profondo e i concetti fondamentali di rinascita e di trasformazione.
Lo psicoanalista di Pollok, considerava l’itinerario creativo dell’artista come uno sforzo di rinascita.

L’arte permette un’espressione diretta, immediata, spontanea, arcaica e istintiva di noi stessi che non passa attraverso l’intelletto e quindi può essere utilizzata per esprimere, attraverso il colore e il disegno, l’immagine interna, che diventa a questo punto immagine esterna visibile e condivisibile.
Nel disegno si possono rappresentare i nostri mostri e con il colore si manifestano i nostri stati d’animo.
Da sempre la malinconia è nera, il quadro Melacholia di Durer, simbolicamente rappresenta, in termini alchemici, le difficoltà che si incontrano nel tentativo di tramutare il piombo (anime delle tenebre) in oro (anime che risplendono), lo stato d’animo vitale e appassionato si tinge di rosso, il bianco ci rimanda a quella rinascita di cui parla la psicologia junghiana, e vediamo, nel quadro di Chagall, due bianchi sposi librarsi liberi sopra i tetti delle case.

Chi sta male, quindi, non sempre deve ricorrere alla psicoterapia e far tacitare i suoi sintomi, si può trovare sollievo anche nelle arti o nelle consulenze psicologiche che lavorano utilizzando tecniche artistiche.
Noi psicologi e psicoterapeuti dovremmo, forse, ascoltare di più al di là di scuole, associazioni e metodi e capire “il bisogno” della persona che cerca aiuto.

Le contaminazioni tra una disciplina e l’altra permettono di cogliere meglio le sfumature dell’animo umano di non perdere “l’origine dell’anima” che è immutabile dalla notte dei tempi, perché un adolescente di oggi può ritrovarsi nei dolori del giovane Werther, mentre un giovane uomo inquieto e desideroso di un altrove, può desiderare di andare oltre le colonne d’Ercole, come un nuovo Ulisse.

Sentire che i nostri malessere, le nostre angosce non sono solo sentimenti che sentiamo noi in quanto diversi ma che appartengono all’animo umano da sempre, ci fa sentire facenti parte del tutto.
Si va in psicoterapia perché ci si sente diversi ed è legittimo voler essere come tutti gli altri, ma esistono molte altre strade per chi vuol essere semplicemente se stesso.

Hugo Simberg, L’angelo ferito 1905-1906

Depressione: Beatrice e la nike

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Nike di Samotracia, Lovre Parigi

 

Fuori fa freddo, è un giorno d’inverno sospeso nella nebbia, un attimo prima che le luci di natale incomincino ad illuminare la città.
Beatrice viene da me perché lamenta ansia, mancanza di energia e di benessere, accusa un calo vitale, sensi di colpa, svalutazione.
Ma ciò che l’ha condotta a sedersi lì è il fatto che si è appena sposata e non sembra provare amore, per lei questo “freddo dentro” è il peso più difficile da portare.
Fantastica di grandi storie d’amore, di forti passioni, ma con il marito una tiepida prima notte di nozze dove non sono riusciti neanche a far l’amore.

Hillman descrive molto bene la depressione “le caratteristiche della depressione costringono all’interiorizzazione: movimenti attuiti, testa pesante e occhi bassi; lentezza nel parlare; scarsa energia; poca concentrazione e incapacità di prendere decisioni e di agire; colpevolezza e fissazione sul passato; vergogna e senso di colpa; lievi, persistenti disturbi fisici; costipazione e cefalea; pensieri di morte, abbandono e miseria; pessimismo e paura del futuro; generale avversione per il mondo circostante e sopra ogni cosa un sottofondo di tristezza:

“Quando alla sera si fa buio e io sono lì in cucina, la cucina d’acciaio illuminata da una luce fredda riflette il mio viso, e mi sento terribilmente angosciata”

“Mi sento estranea al mondo, incapace di continuare a vivere e incapace di morire”

“Alla domenica sera, soprattutto, mi sento particolarmente male, ho come la sensazione che tutti stiano tornando da giornate felici e intense, solo per me la domenica è passata, lasciando un grande vuoto”

In questo periodo Beatrice sogna di essere in macchina:

“Avevo lo specchietto retrovisore appannato e mi rendevo conto che non potevo più andare avanti senza riuscire a vedere dietro”

Beatrice ha 30 anni, ha vissuto sempre sola con la mamma, perché il papà morì quando lei aveva quattro anni.
Il padre fu colpito da un attacco cardiaco, un giorno d’inverno, poco prima di natale.
Bea, così la chiamano in casa, si è sempre sentita infelice e brutta e sempre paragonata ad una cugina di nome Angelica

“Angelica, sì che aveva tutto”

Del padre non ricorda nulla e raramente mi parla di lui, non sembra neanche averne sentito la mancanza.

Lentamente, sentendosi ascoltata Beatrice incomincia ad elaborare la perdita del padre senza esserne avvolta e travolta.
Riesce, con fatica, a ricostruire cosa avvenne quel giorno.

“Ero piccola forse tra le braccia della mamma.
Faceva freddo e c’era un albero diverso da quelli che già conoscevo.
Era, ne sono certa, un salice piangente, qualcuno ci chiamò…”

“Ecco io non ricordo più nulla, ricordo solo una bella casa di montagna, forse mi mandarono là per allontanarmi da mamma, mamma non voleva vedere nessuno”

” Mi hanno raccontato poi che si è chiusa in una stanza e da lì non è più uscita per settimane…”

“Papà era alto, molto alto.
Mi ricordo di avevo pensato che non poteva essere sparito in un sol giorno un uomo così grosso”

Molte volte le persone che sono colpite da una prova dolorosa, tendono a tenere in sè la loro tristezza, in realtà i contenuti psichici trattenuti senza la piena consapevolezza ingigantiscono nell’animo dell’individuo e generano angoscia.

“Ho fatto un sogno buffo, che non vuol dir niente; ho sognato un paio di scarpe da tennis su un tavolo da cucina di marmo bianco, le scarpe erano delle nike”

“E il tavolo che cosa le ricorda?” le chiedo io.

“I marmi bianchi delle statue in Grecia” risponde Beatrice.

Nike è il nome di una multinazionale americana che fabbrica scarpe da tennis, ma è anche il nome di una statua greca priva di braccia e di testa.
Le dico che forse lei può sentirsi come la nike, come una statua dell’antichità a cui manca un braccio o una gamba oppure la testa, cioè c’è una mancanza, che priva l’insieme di una sua completezza.

“L’immagine penetra”, scrive Trevi, “dove il pensiero non può giungere e riflette ciò che il pensiero, per conservare la sua integrità, deve necessariamente escludere dal suo campo visivo alternativa al pensiero, l’immagine tuttavia lo sollecita e spesso lo precede…”
Attraverso questo sogno Beatrice prende coscienza dell’enorme vuoto lasciato dal padre, Beatrice si permette finalmente di piangere e inizia a vivere il dolore non più come alimento per il senso di colpa, ma come nuova possibilità di relazione e di arricchimento.
Jung scrive: “Una sofferenza incompresa è notoriamente difficile da sopportare e, d’altro canto, è spesso sorprendente vedere che cosa un uomo può sopportare se ne comprende la causa e il fine.
L’uomo sofferente non trova mai aiuto nelle sue proprie elucubrazioni, ma soltanto nella verità sovrumana, rivelata, che lo solleva dalla sua dolorosa condizione.
Dalla sofferenza della psiche deriva ogni creazione spirituale e ogni progresso dell’uomo spirituale”

“Ho sognato di aver portato a casa un gattino, che sembrava morto dal freddo e invece dopo averlo avvolto in calde coperte lo do a mio marito e il gattino si risveglia”

Beatrice sta meglio, dice di sentirsi più serena e consapevole.

So che la “guarigione è comunque provvisoria” e le sue certezze sono scritte sulla sabbia. Ma gli elementi di armonia, di bellezza e di verità che a tratti sono emersi, la fiducia che si possa essere amati e talvolta capiti, rappresentano un patrimonio inalienabile.

Statua di Atena Nike, Louvre Parigi

Che cos’e’ la Psicoanalisi? La capacita’ di ascolto in momenti di crisi

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La Voce della Luna - Federico Fellini

Psicoanalisi

Spesso crisi matrimoniali, problemi adolescenziali, fobie, noia, depressioni somatizzazioni sembrano mettere in discussione gli aspetti più importanti della nostra vita, lasciandoci disorientati e privi di ogni sicurezza.
A volte, invece, si può star male anche perché si è diversi, non omologati.

Le persone normali sono sempre più emarginate e connotate come depressive solo per una attitudine riflessiva socialmente intollerata“.

Chi per esempio riflette sulla morte, unica certezza della vita, è qualificato nella nostra società, come malinconico e perdente.
In questi momenti le nostre difficoltà si fanno così forti, che non riusciamo a trovare dentro di noi e nelle persone che ci stanno accanto una risposta al nostro malessere, ci si sente incapaci di uscire da una certa situazione.

E allora, in un momento più triste degli altri, in un momento in cui si riconosce di non potercela fare da soli, si può chiamare uno specialista, sperando che ci aiuti a trovare il senso di quel malessere.

Che cos’è la Psicoanalisi? Paradossalmente è più facile definire che cosa “non” è la Psicoanalisi.

La psicoanalisi non da opinioni nè consigli, non fornisce informazioni nè punti di vista e tanto meno insegnamenti, non impartisce regole nè prescrizioni.
Nella nostra società siamo circondati da eccessi di suggerimenti, da eccessi di parole, di spiegazioni.
Siamo bombardati di precetti e principi e assediati da tentativi di persuasione e imposizioni di comportamento.
Il tentativo delle psicoanalisi è quello di ribaltare questa situazione vessatoria e lasciar spazio al silenzio e alla riflessione.

Eppure io credo che se ci fosse un po’ di silenzio,
se tutti facessimo un po’ di silenzio,
forse qualcosa potremmo capire


La voce della Luna.

Con queste parole si conclude il film di Fellini.
La luna compagna di viaggio del protagonista è stata catturata dai suoi compaesani che in trionfo, hanno organizzato una chiassosa tavola rotonda, e a lui non resta che rovesciare nel pozzo la sua preghiera.

La psicoanalisi sollecita la riflessione, l’unico processo che garantisca una autentica presa di coscienza dei propri problemi e infonda il coraggio di affrontarli, perché è solo dentro di noi che possiamo trovare le risposte necessarie ai nostri dubbi, e alle nostre difficoltà.

Ognuno custodisce in sè il segreto della propria prosperità.
Dentro di noi si trovano, sopite, seppellite, trascurate, le risorse per la guarigione.
Una riserva meravigliosa di forze che spetta alla psicoanalisi rintracciare e recuperare.

È solo affrontando questa “discesa in se stessi” che ci si conosce veramente, che ci si interpreta, e quindi si capisce perché certe cose ci succedono, o perché abbiamo certi impulsi.
Riflettendo e dando significato a quanto stiamo vivendo possiamo attivare le nostre capacità intuitive e ascoltare le intermittenze del cuore, quelle rivelazioni improvvise, istantanee e inaspettate del senso delle cose che normalmente sfuggono alla nostra attenzione.

“È segno d’un’altra orbita tu seguilo”


(tratto da “Arsenio” di Eugenio Montale)

L’intuizione è una gioia, uno shock violento, un lampo di luce che squarcia, anche solo per un attimo, l’oscurità che ci avvolge, che permette di trasformare l’angoscia, riattivare antiche risorse e costruire nuovi equilibri.

La dott.ssa Daniela Brambilla nel suo studio di Milano ed in quello di Genova, utilizza le proprie capacità di ascolto, per aiutare a definire la natura del disagio, sia personale che di coppia.

La Voce della Luna – Federico Fellini