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Don’t look up, Cassandra

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“Moriremo tutti.”

Urla Kate Dibiasky, con la bocca storta dall’ansia, nel film Don’t look up.
Infatti, la dottoranda in astronomia Kate ha scoperto l’esistenza di una cometa non ancora identificata e calcolandone la traiettoria assieme al suo professore Randall Mind si accorge che il corpo celeste dopo sei mesi colpirà la Terra e che le dimensioni dell’astro sono tali da comportare la distruzione del pianeta.
Kate e Randall insieme ad un funzionario governativo si recano subito alla Casa Bianca per cercare di evitare la catastrofe, ma la presidentessa degli Stati Uniti procrastina la presa in carico del problema in quanto concentrata nei suoi calcoli elettorali. I giornali non devono sapere, la notizia va tenuta segreta e va guadagnato tempo, di modo che la presidentessa possa vincere le elezioni. Il tempo che resta è poco, ma ai politici pare non importare.
I due astronomi decidono di disobbedire, e tentano di informare la cittadinanza, attraverso un popolarissimo programma televisivo.
Durante la trasmissione, Kate sconvolta dal tono leggero e scettico con cui la notizia viene trattata esplode in escandescenze in diretta. Urla “Moriremo tutti.” cosicché perde credibilità diventando un’eroina negativa nei social.
Ad un tratto le cose cambiano: la presidentessa resta coinvolta in uno scandalo a luci rosse, qualcosa tipo: foto delle mutandine mandata all’amante. Quindi, per deviare l’attenzione dalla sua corruzione decide di occuparsi della stella cometa e della sua pericolosità. L’impatto della stella sul pianeta viene comunicato con gran clamore mediatico, ma la popolazione viene rassicurata perché è previsto il lancio di ordigni nucleari per far deviare la rotta della cometa e salvare l’umanità.
La presidentessa si trasforma così da immorale in una eroina che salverà il pianeta dalla catastrofe.
L’operazione viene però annullata subito dopo il suo avvio quando un imprenditore, fondatore e amministratore di un’azienda di alta tecnologia, annuncia che il nucleo della cometa è ricchissimo di materiali rari preziosi, fondamentali per le tecnologie cellulari. Il personaggio inquietante a metà tra uno Steve Jobs redivivo e un Bill Gates dichiara, inoltre, che il ritorno economico che potrebbe derivarne per gli Stati Uniti sarebbe così cospicuo da valere la pena di sfruttare l’occasione.
Si organizza quindi un piano alternativo, basato sulle tecnologie sviluppate dall’imprenditore, che prevede di frantumare la cometa in piccoli meteoriti che recuperati potranno essere sfruttati commercialmente .
Nel frattempo il mondo si divide ormai tra chi esige la distruzione totale della cometa, chi urla all’allarmismo ingiustificato e chi addirittura nega che la cometa esista davvero.


La presidentessa americana lancia questo slogan per i suoi elettori: “Don’t look up.” Guardare il cielo significherebbe vedere la cometa. Vedere e credere in ciò che si vede viene bollata come roba da radical chic.
Meglio non alzare gli occhi al cielo guardare in basso», e da lì il titolo del film, Don’t look up.
Il resto della trama è già noto, e in ogni caso non voglio fare spoiler.
Cogliere i riferimenti che il regista del film, Adam McKay, vuol far passare è quasi troppo facile: la cometa è in realtà il riscaldamento globale e la presidente idiota degli Stati Uniti, Meryl Streep, rappresenta Trump, e più in generale i governanti sordi all’allarme degli scienziati, perché in più frivole faccende affaccendati.
Si, il film vuole avvisarci della sciagura provocata dal riscaldamento globale ma c’è una disgrazia peggiore: la nostra stupidità.
La stupidità di questo mondo, del nostro modo di vivere.
E proprio di stupidità si tratta se digitando il titolo su Google, la prima voce che mi è apparsa è:“Meryl Streep nuda”
Vediamo di sfuggire a questa stupidità e contravvenendo al suggerimento della presidentessa guardiamo in alto, ma così in alto da toccare il cielo a cercare aiuto negli dei e negli archetipi. In tutte quelle storie che si sono raccontate gli uomini dalla notte dei tempi, per dare un senso a ciò che pare non averlo e sperare di capirlo.
La Kate con il viso trasformato dall’ansia, con la bocca spalancata e i capelli arruffati mentre urla: “Moriremo tutti.” non assomiglia forse a Cassandra?
Quando i greci introdussero il cavallo di legno a Troia Cassandra rivelò a tutti che al suo interno vi erano soldati greci, ma rimase inascoltata.

Cassandra, John Collier (1850-1934), via Wiki commons


I greci saltarono fuori dal cavallo e distrussero Troia e quando ripartirono Agamennone fece schiava Cassandra e la condusse con sé.
Toccato il suolo di Micene Cassandra profetizzo la rovina dell’ Atride che da lì ad un po’ sarebbe accaduto; ma Agamennone non volle credere alle sue parole, cadendo così nella congiura organizzata contro di lui dalla moglie Clitemnestra.
Cassandra profetizzo le peregrinazioni di Ulisse: la tremenda Cariddi, il Ciclope, Circe, i naufragi del mare, gli oblii del loto e i mali innumerevoli della sua casa.
Ma chi poteva ascoltare quella pazza seminuda che si rigirava sulla sabbia con gli occhi fuori dalla testa?
No, nessuno voleva e poteva ascoltarla.
Christa Wolf in Cassandra scrive:

…Continuavo a credere che con un po’ di desiderio di verità, con un po’ di coraggio si potesse eliminare ogni malinteso. Chiamare vero ciò che è vero, e falso ciò che vero non è: il minimo, pensavo, ma avrebbe rafforzato la nostra battaglia molto meglio di qualsiasi menzogna o mezza verità.
Giacché non era possibile, pensavo, fondare tutta la guerra e tutta la nostra vita, giacché la nostra vita era ormai in guerra, su una menzogna dettata dal caso.

Ma perché Cassandra non veniva creduta?

Cassandra era la sacerdotessa di Apollo. Il dio s’invaghì di lei, così si mostrò alla donna donandole il dono della profezia a condizione che giacesse con lui. Cassandra prima accettò, ma poi respinse le avance del dio il quale, infuriato, prima le sputò in bocca e poi disse: “Se soffiando sulle tue labbra ti ho concesso il potere della divinazione, sputando nella tua bocca ho tolto alla tua voce, il potere della convinzione. D’ora in poi, nessuno crederà ai tuoi vaticini e ti prenderanno per una di quelle pazze che percorrono le strade come uccelli del malaugurio. Nessun mortale crederà alle tue visioni e Troia brucerà per colpa tua!”

Apollo era il dio della ragione che presiedeva all’oracolo di Delfi, un dio della profezia, della guarigione, un dio della giovinezza e della bellezza visibile e radiosa
Un dio molto, molto maschile e non amato dalle figure femminile. Un dio che come ogni eroe della civiltà sottometteva serpenti e uccideva draghi.
Apollo è identificato con Elio, il sole personificato, ed è noto con l’epiteto di Febo, il luminoso, il fulgido. Nella figura di Elios, Apollo ci risveglia dal sonno e ci invita a lavorare, è il nemico dei bassifondi e degli imbroglioni, delle zone d’ombra dell’uomo ed espone alla pubblica vista i nostri maneggi corrotti.

Ipotizzo, (Si sa, nel mondo del mito non abbiamo certezze) che possa essere la mentalità apollinea quella che impedisce a Cassandra/ Kate di essere creduta.
La mentalità del mondo degli oggetti solidi, affidabili e misurabili e soggetti alla ragione scientifica.
Un modo di pensare che sta in guardia al non cadere vittima delle emozioni, della disperazione, dell’intuizione e dell’ansia.
L’urlo di Kate è un grido d’ansia simile all’Urlo di Munch. Laddove anche il protagonista del quadro era travolto dal pessimismo fin de siècle e ne aveva ragione visto lo scoppiare di lì a poco della prima guerra mondiale.
Conflitto segno anche lui, della stupidità umana.
Rileggendo sotto questa luce il mito di Apollo e Cassandra possiamo vederci il rifiuto della natura di cedere dall’essere posseduta da questa ragione apollinea.

Hillman dice che noi non ci rendiamo conto della potenza soverchiante della ragione di Apollo radicata nella nostra mentalità e degli effetti accecanti della sua luce e scrive:

Non importa con quanta intensità la pulsione alla conoscenza arrivi a penetrarla, qualcosa nella natura elude la presa della nostra mente e rimane inviolato
La pulsione apollinea alla conoscenza espressa nelle scienze serve a imbrigliare gli spiriti del pianeta a vantaggio della specie umana:qualunque cosa accresca la conoscenza è giustificata.

James Hillman. Figure del mito

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Il mondo della ragione premia chi riesce a dominarsi e a far finta di nulla continuando il gioco dei profitti e dei commerci danzando nei centri commerciali sino a che questi non ci franeranno sotto i piedi, spargendo sulla terra oggetti inutili, futuri reperti archeologici che testimonieranno la nostra stupidità.
Beh l’avrete sentito dire anche voi che Greta Tthunberg porta sfortuna e che un nostro politico si è permesso di fare questo tipo di battuta di pessimo gusto: “ Vieni avanti Cretina.” quando lei si presentò le sue trecce e il suo solito sguardo torvo al Quirinale.

Sempre la stessa musica: non il misfatto, ma il suo annuncio fa impallidire, anche infuriare, gli uomini, lo so dalla mia esperienza. E so anche che preferiamo punire colui che nomina il fatto, piuttosto che colui che lo compie: in ciò siamo tutti uguali, come in tutto il resto.

Christa Wolf. Cassandra

Kate, Greta e Cassandra sono le donne che escono dai bassifondi e cariche di paure e ansie denunciano che il mondo naturale sta andando in malora, cercando di svegliare il collettivo che dorme più profondamente della bella addormentata

Pantoo, che a quel tempo mi teneva d’occhio, mi interrogò apertamente. Sempre quelle domande graffianti. Che altro se non tempo, fertilità del suolo, moria di bestie, malattie: “Volevo strappar la gente al circolo dentro cui era inserita’ Dentro cui stava bene, non cercava nient’altro? Al che io scattando: “Perché non conosce nient’altro.”

Crista Wolf. Cassandra.

D’altronde che dire? La ragione, i numeri e la scienza ci sono utili e Apollo è una polarità che dobbiamo tenerci ben stretti.
Ma ricordiamoci di oscillare come pendoli attratti da entrambe le priorità senza fare si che prevalga quella più di buon senso.

Chi ritroverà la parola e quando.
Sarà di quelli a cui il dolore spacca la testa. E fino a quel momento, fino a lui, solo l’urlo e il comando e il lamento e il signorsì degli obbedienti.

Crista Wolf. Cassandra.

Lunatico o Bipolare?

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“Rescue me before I fall into despair”

Urlava Sting nella canzone Message in a Bottle. Un singolo pubblicato il 21 settembre 1979 dal gruppo musicale britannico, di cui faceva parte: The Police. A quei tempi il cantante soffriva, come lui stesso ammette, di disturbo bipolare. Raccontando dei suoi esordi in una intervista dice: “Avevo pensieri suicidari, ero maniaco-depressivo e non abbastanza equilibrato chimicamente.”
Infatti, il pezzo di Sting rende bene l’idea della depressione maniacale, il protagonista della canzone affonda nella disperazione, ma un attimo dopo vede cento miliardi di bottiglie che si infrangono sulla battigia.
Un po’ tante, No?

Don’t believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore

Così tante bottiglie da sospettare che il cantante fosse un tantino su di giri. Infatti, in fase maniaco depressiva ci si sente proprio così; in un’altalena dell’umore, sballottato dall’euforia alla depressione.

La demoralizzazione troppo intensa della depressione fa si che subentri il meccanismo di difesa del diniego e che quindi l’astenia lasci il posto all’ esuberanza. La depressione e la maniacalità sono quindi la faccia della stessa medaglia, tanto che condividono i temi organizzativi di base: le aspettative, i desideri, le paure, i conflitti e i costrutti esplicativi inconsci.

La depressione è un disturbo molto comune che va dalla depressione maggiore, a casi più gestibili, sino alla distimia, un’astenia cronica dai sintomi lievi.
La personalità maniaco depressiva, attualmente, viene chiamata bipolare ponendo l’attenzione proprio su quell’ indulgere tra un polo e l’altro dell’umore e del carattere.
I periodi di depressione sono caratterizzati da una tristezza infinita, mancanza di energia, incapacità di provare piacere, disturbi vegetativi, problemi di alimentazione e autoregolazione del sonno.
I processi cognitivi, affettivi, immaginali e sensoriali depressi operano in modo cronico, organizzante, autocentrante, nella psiche di quelli di noi che hanno una personalità depressiva o distimica.
Si, quelli di noi è il termine giusto perché spesso lo psicoterapeuta è affetto da depressione.
Noi “strizza” da bravi depressi, empatizziamo con la tristezza, comprendiamo le ferite inferte all’autostima, cerchiamo la vicinanza e ci opponiamo alla perdita, attribuiamo i nostri successi terapeutici agli sforzi dei pazienti e i fallimenti ai nostri limiti personali.
Greenson riflettendo sul rapporto tra una disposizione depressiva e le qualità indispensabili a un buon terapeuta, arrivò al punto di supporre che analisti che non abbiano sofferto di una grave depressione possono essere svantaggiati nel loro lavoro.
Infatti, la depressione lieve ha una sua utilità sia per lo strizza cervelli che per il paziente. Uno dei suoi vantaggi è quello di ricordarci il nostro senso del limite e un buon lavoro psicoterapeutico si occupa sempre dell’acquisizione di consapevolezza della linea di frontiera che non occorre superare.
Si, la depressione aiuta nei casi lievi ma quando è troppa e fa troppo male, il paziente ricorrere alla negazione della stessa e quando il diniego fallisce e la depressione risale in superficie abbiamo la ciclotimia
Le persone che si trovano in uno stato maniacale che è l’altra faccia della depressione, hanno progetti grandiosi, rapidità di pensiero e libertà dalle normali necessità fisiche, come cibo e sonno. Sembrano costantemente su, sino all’inevitabile esaurimento che le riporta giù fino all’inferno della depressione.

Luna piena e in autunno i fiori dal flusso, c. 1895, Ogata Gekko, Giappone


Di loro si dice che sono persone strane:“A volte ti sorridono entusiasti a volte non ti salutano neppure.” affermano i loro colleghi, vicini di casa e amici, poi concludono, alzando gli occhi al cielo e avvitandosi un dito sulla tempia: “E’ lunatico.”
Lunatico? Fermiamoci un attimo, forse siamo di fronte ad un altro dio? Allora possiamo lasciar perdere le diagnosi e la malattia e occuparci del dio che la sottende.
Il dio dei lunatici è Selene, che non è, proprio un dio del pantheon divino, ma è pur sempre la Luna. Un astro non da poco che prende poi, anche, l’aspetto di altre dee.
La luna è incarnata nella “vacca Celeste” primigenia o nella dea Hathor dalla testa di mucca, che nutre il mondo con il suo latte o in Iside, il cui “rugiadoso splendore alimenta la rigogliosa semente.” (Apuleio), Nell’oscurità della Luna nuova Ecate, la megera, custodisce ancora i segreti della morte e della rigenerazione, e Artemide la cacciatrice continua a solcare il cielo con i cani celesti.

Statua di Selene, Roma.


La luna è contraddittoria, bella, spaventosa solenne, si cela e si svela con misurata alternanza, la sua luce e la sua ombra sono equamente divise.


Lei riesce in equilibrismi che paiono impossibili. La sua luce è capace di una infinità di incantesimi; oggetti e spazi che di notte appaiono banali assumono una fredda essenzialità. Un po’ come quando depressi vediamo le cose all’osso e esse non ci appaiono più importanti, come quando erano illuminate dalla luce bruciante del sole.
La luna placa gli ardenti eccessi del Sole. Aleggia tra le vuote, grandi costellazioni, e nella sua ombra cova i segreti della ciclica rinascita e governa tutti i cicli, concepimento, gravidanza e nascita, il periodo della semina e della mietitura.
Il suo ciclico manifestarsi e la sua contraddittorietà non influenza solo gli animi lunatici ma la sfera creativa e spirituale, la magia e la profezia.

Silvia Plath poetessa che soffrì di una grave forma di depressione ricorrente, alternata a periodi di intensa vitalità avverte la sintonia con l’astro e scrive:

Bianca come una nocca e terribilmente
Sconvolta.
Attira il mare come un buio delitto, tranquilla
nell’O della sua bocca spalancata e disperata.
Io abito qui.

Sylvia Plath, La luna e il cipresso

Nelle sue fasi lunari in cui si alzano le acque e crescono le piante ma anche quando le maree calano lasciando sulla spiaggia conchiglie e pesciolini, la Luna ci permette di vedere come in tutte le situazioni borderline e contraddittorie troviamo i due termini del conflitto?
Polarità che andrebbe custodita e vissuta anche nel dolore che la sottende invece che rifuggita con orrore.
Magari, invece, è proprio nella sua contraddittorietà che potremmo andare a cercare il senno…
D’altra parte nell’Orlando Furioso Astolfo il senno di Orlando lo andò a cercare proprio sulla luna.
Nell’Orlando furioso: Orlando diventa “furioso”perché capita nei pressi del luogo dove Angelica e Medoro avevano vissuto il loro amore e vedendo quei nomi incisi tra loro intrecciati su tutti gli alberi, è preso da un’ira enorme che lo conduce dopo lunghi spasimi alla follia.
Diventato così furioso compie sfracelli dappertutto dove passa, attraverso Francia e Spagna, finché arriva a Gibilterra e di qui passa a nuoto in Africa. Ma dopo lungo tempo Dio ha finalmente compassione di lui e fa muovere Astolfo in suo soccorso.
Questi con San Giovanni l’Evangelista va sulla luna sul carro di Elia, alla ricerca del senno di Orlando, che si trova in una grande ampolla in mezzo ad una quantità di cose smarrite sulla terra che qui vengono ad approdare.
Queste cose smarrite quali sono?


Mi piace immaginare che siano tutte quelle cose che sembrano significare nulla e invece significano un sacco, tutte quelle cose che non seguiamo perché ci porterebbero a perdere, tutti quei sogni che non vogliamo che si realizzino. Alla luce della luna piena vediamo ombre che non vogliamo vedere, e come se fossero abbandonati lì dalla bassa marea scorgiamo, anche, tutti quei pezzi di conflitto che non vogliamo rincollare.

Incoerente o isterica?

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Amai teneramente dei dolcissimi amanti
senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
e fui soltanto una isterica.

La gazza ladra, Ada Merini, 1985,

“Dopotutto domani è un altro giorno.” Dice Rossella O’Hara, asciugandosi le lacrime, che sino ad un attimo prima inondavano il suo viso. Rhett, l’uomo che l’aveva rincorsa tutta la vita l’aveva abbandonata senza dar troppo peso al fatto che lei aveva scoperto, proprio in quelle ore, di amarlo; Ashley, l’amore adolescenziale che inseguiva da sempre, era solo un’illusione.
“Perdonami.” Aveva detto Rossella aggrappandosi al suo braccio.
Ma Rhett determinato aveva risposto: “Cara sei davvero una bambina, credi dicendo mi spiace di cancellare il passato?”
Eh si, Rossella in quel momento era sicura della sua scelta. Ma quanto sarebbe durata la sua decisione? E soprattutto un semplice “Mi spiace.” poteva davvero cancellare il passato?


Il manuale: La diagnosi psicoanalitica di Nancy McWilliams porta ad esempio di carattere isterico il personaggio di Rossella O’Hara, protagonista del celebre romanzo Via col Vento.
Il carattere isterico (o istrionico secondo le ultime edizioni del DSM) è comune a molte persone, soprattutto donne, senza che vi siano sintomi frequenti o impressionanti ma è comunque caratterizzato da un grado elevato di angoscia. Le personalità isteriche sono cordiali energiche, intuitive, attratte dal rischio e dai drammi personali, intense e molto reattive.
Forti appetiti, grandi amori, attenzione e intimità erotica caratterizzano la loro vita. Cercano la stimolazione ma ne sono sopraffatte. Le loro operazioni mentali sono globali e immaginali.
Vista la rapidità nel mutare i propri sentimenti le persone attorno alle isteriche possono crederle artificiose, superficiali ed esagerate ma non è così; nei loro improvvisi cambiamenti di punto di vista sono spesso sincere.
L’isteria la troviamo spesso nel mondo dell’arte in quanto la persona con questa struttura di carattere predilige le professioni che permettono di mettersi in vista, come quelle di attore, ballerino, predicatore, politico e insegnante.
Il libro di cui sopra porta ad esempio di isteria, anche, Sarah Bernhardt. La protagonista della Signora delle Camelie, adagiata sul lettino con la testa reclinata all’indietro e con una mano che le sfiora la fronte, è una bella immagine tra il serio e il faceto del carattere isterico.

Una Camelia per Due, Teatro Altrove Studio, Roma


Nei sogni dei miei pazienti dai tratti isterici del carattere appaiono sipari di pesante velluto rosso che si aprono, luci accecanti che illuminano il viso, scalinate di pietra che assomigliano ad anfiteatri, persone che applaudono o che comunque concordano con il sognatore, che non è mai spettatore, ma al centro della scena.
L’isteria e il suo carattere drammatico la troviamo nella tragedia greca; la Fedra di Euripide che tormenta, straccia e dilania una foglia di mirto rende bene l’idea dell’angoscia del carattere isterico; forte intensa e contraddistinta da un vago senso di possessione.
Ma le isteriche son tutte donne?
Beh, non solo donne. Però c’è da dire che nella storia delle persone con tendenza isterica si riscontrano quasi sempre eventi che hanno attribuito ai due sessi valore e potere diversi. Ed è certamente più facile che una svalutazione del sesso avvenga per il genere femminile, piuttosto che per quello maschile.
L’isteria diede origine all’analisi. Fu nel trattamento delle paralisi isteriche che Freud osservò una rimozione sessuale che conduceva queste giovani donne ad eventi chiamati assenza, trance, erotismo religioso, conversioni somatiche della psiche; eventi che comparivano con subitaneità e altrettanto improvvisamente svanivano. La scoperta di questa rimozione condusse Freud alla scoperta dell’inconscio, cosicché la scoperta dell’inconscio e il riconoscimento dell’isteria sono teoricamente e storicamente interdipendenti.
Lo psicoanalista viennese sottolineò che non per forza il carattere isterico è donna, anzi, egli considerava se stesso, in certa misura, isterico e una delle sue prime pubblicazioni riguardava l’isteria in un uomo.
Insomma a Freud accadde un po’ quello che accadde a Flaubert che quando gli chiesero chi fosse madame Bovary, altro bell’esempio di isterica, Flaubert disse “Madame Bovary c’est moi”.
Certo Freud e Flaubert erano studiosi e scrittori evoluti e in grado di accedere all’altro lato della luna ma l’isteria è sempre stata una turba attribuita al mondo delle donne.

I’m not Madame Bovary, 2017, Feng Xiaogang, China

Si era iniziato già dagli antichi egizi e si è proseguito più o meno sino ai giorni nostri. Un esempio fra tanti: nel periodo precedente la prima guerra mondiale, ci fu una battaglia tra la psichiatria francese e quella tedesca a proposito dei dati statistici relativi alla frequenza dell’isteria. La psichiatria di lingua tedesca era in genere ostile all’idea che l’isteria potesse essere una malattia degli uomini, e portava come prova la bassa frequenza di episodi isterici tra i maschi tedeschi. Se i francesi potevano dimostrare una frequenza più elevata tra gli uomini, se ne poteva solo dedurre che gli uomini francesi erano più isterici, cioè meno adatti alla sopravvivenza, più degenerati.
Dubois, nel suo manuale del 1910, dice che un uomo colto, un uomo di ragione, non può mai essere un vero isterico; soltanto gli uomini che mostrano debolezza mentale, emozioni infantili e femminee possono essere isterici.
Insomma, secondo gli psichiatri dell’epoca e ancora adesso laddove c’è l’isteria c’è donna e quindi debolezza, contraddizione umoralità e capriccio.
La studiosa Esther Fischer-Homberger, storica zurighese della medicina e autrice del saggio Hysterie und Misogynie disse: «Là dove viene diagnosticata l’isteria, la misoginia non è lontana». E, infatti, direi che ridurre il significato dell’isteria a una diagnosi è una manifestazione dell’Io occidentale, monoteista, scientifico, apollineo e misogino.


Di fronte ad una parte oscura, materiale e passionale di se stessa, la struttura di coscienza occidentale non è mai riuscita a far di meglio che ripudiarla e chiamarla nella migliore delle ipotesi Eva o isterica o nella peggiore delle ipotesi strega o Medea.
Ma, se teniamo come assunto di base che appena si rimuove un sintomo questo è una divinità temuta e non ascoltata, allora possiamo chiederci: ma quale archetipo sta dietro l’isteria? Quale Weltanschauung, appartenente a quale potenza sovrumana, vi si manifesta?».
Nella Villa dei Misteri, a Pompei, è conservato un affresco, dove è raffigurato un ragazzo assorto, con lo sguardo perduto dentro ad uno specchio concavo, dietro di lui una maschera si riflette nello specchio e illumina gli occhi del ragazzo, quella divinità che si rivela è Dioniso; il dio bisessuale, il dio delle donne. Ed è Dioniso il dio che, represso, si riflette nell’isteria, il dio “ibrido” dalla multiforme natura maschile e femminile, animalesca e divina, tragica e comica.
Dioniso che rappresenta l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, lo spirito divino di una realtà smisurata, l’elemento primigenio del cosmo, la frenetica corrente di vita che tutto pervade.
La danza del dio e delle donne del suo seguito, le baccanti, si svolge nelle terre di confine dove si annulla la demarcazione e trionfa l’ambivalenza.


Ma l’ambivalenza tra maschile e femminile non viene tollerata dalla coscienza eroica tipica della nostra società.
Ed ecco che alle ribellioni femminili e anche maschili di definire un genere sessuale e chiuderlo dentro ad un recinto ben delimitato viene dato un nome ed una categoria diagnostica: isteria. La società avrebbe, invece, bisogno di riconoscere la bisessualità dentro a ciascuno di noi e di recuperare il femminile represso. Questo gli permetterebbe di transitare nei luoghi di confine, nelle terre di frontiera dove tutto può essere ma nulla è per sempre.
Il femminile e il maschile sono uniti da sempre ma la misoginia della nostra cultura ha dato un ruolo subalterno a ciò che appartiene al mondo delle donne. Si è data molta più importanza alla volontà di vincere piuttosto che a quella di sopravvivere, alla mente che analizza piuttosto che a quella che accoglie.
Certo è che il raggiungimento dell’ unione tra maschile e femminile non è certo facile se già Freud in: Analisi terminabile e interminabile si chiedeva:
«Esiste un qualcosa che possiamo definire come la fine naturale dell’analisi? C’è una qualsiasi possibilità di portare un’analisi a una tal fine?». Si rispondeva poi trenta pagine più avanti dicendo che si tocca il «fondo roccioso», il punto dove si può dire che l’analisi è conclusa, quando si è arrivati ad affrontare il tema del «ripudio della femminilità».

Dioniso ebbro nella braccia di Arianna (Afrodite), Villa dei Misteri, Pompei; I secolo A.c.

Scrive Hillman:
È così difficile immaginare, concepire, vivere la coscienza senza le sue vecchie identificazioni, senza il suo fondo roccioso di misoginia, che fatichiamo anche solo a intravedere ciò che questo Dio bisessuale tiene in serbo per la rigenerazione della vita psichica.

E quindi possiamo ben dire che l’impulso a tener dentro di sé il maschile e il femminile è stato confuso dalla nostra coscienza misogina e apollinea con una diagnosi.

C’ho il panico

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“Socrate: O caro Pan, e voi altredivinità di questo luogo, datemila bellezza interiore dell’anima e,quanto all’esterno, che esso s’accordicon ciò che è nel mio interno.”

Platone, Fedro

La folla silenziosa che affollava la banchina della metropolitana ondeggiò verso la galleria di destra e poi verso la galleria di sinistra, guardai la punta della mia scarpa che toccava la linea gialla.
Il tabellone luminoso indicava che tra un minuto il treno diretto a Abbiategrasso sarebbe arrivato.
Nell’attesa il mio sguardo si posò su un cartellone pubblicitario scrostato. In origine, forse, era la pubblicità di cibo per animali ma ora al posto del cane e della sua ciotola c’era una macchia di carta bianca e sfaldata.
Tornai a guardare la folla e ad un tratto e apparentemente senza motivo il mio cuore iniziò a pompare sangue alla testa, le mani incominciarono a sudare, le gambe a tremare da ferme e lo stomaco si incendiò.
I peli e i capelli ritti folgorarono il mio cuoio capelluto e mi fecero immaginare di essere gonfiato dall’aria come un gatto.
Il mondo fuori sparì e avrei potuto percepire un granello di polvere sfiorarmi la pelle.
Avevo l’impressione che tutti mi potessero vedere.
Mi acquattai e pensai che sarei potuto morire.
Faticavo a regolarizzare il respiro e l’ossigeno bruciava nella mia laringe come un elemento non utile alla vita.
Tutto mi girava intorno.
Cercando un punto fermo lo sguardo si fermò sulle piastrelle bianche del muro della metropolitana. Sulla panchina vi era seduta una signora anziana con il suo cane. Il suo cappotto giallo canarino mi parve che si facesse materia e picchiò sul mio stomaco come un pugno violento. Mi sembrò di andare in mille pezzi, di perdere la mia mente in tanti frammenti che si allontanavano velocemente perdendo la memoria della forma.
“Tranquillo. Stai morendo..” pensai rincuorandomi.
“Sto impazzendo…” constatai angosciato, immobile e senza controllo.
Questa è la descrizione fatta da un mio paziente, colpito da un attacco di panico, un paio di anni fa. La descrizione è comunque attuale; lavorando con gli expat questo racconto l’ho sentito ovunque; in Australia, in America, a Dubai come a Tel Aviv e l’ho ascoltato anche nella piccola città in riva al mare dove vivo; Rapallo.
C’è da dire che io ritengo che non vi sia una grande differenza tra ansia e attacco di panico.
Nel panico i sintomi sono più intensi e, a volte con durata minore caratterizzati soprattutto da paura di morire o di impazzire; ma in realtà l’attacco di panico è un attacco d’ansia e sostanzialmente entrambi sono la paura di aver paura.
Ovvero sia sono semplicemente figli della paura della vita, meravigliosa sotto certi aspetti ma foriera di orrori, ingiustizie e tragedie.


Ma cosa è la paura e a cosa serve?
La paura deriva dal verbo “pavire” ossia tastare il terreno ed è uno strumento per prevedere e sondare ciò che potrebbe accaderci. E’ un sistema di preveggenza, un modo per leggere nel pensiero e poter evitare situazioni pericolose.
Una intuizione che ci aiuta a superare o evitare il dolore.
Quindi questa paura è naturale e forse non andrebbe eliminata?
Direi di no, infatti, sebbene il desiderio di non provare più simili paralizzanti paure sia forte la paura andrebbe integrata come strumento di crescita e di vita.


L’ansia ci era assai utile quando correvamo nudi nella savana e un brivido ci alzava i peli delle braccia facendoci intuire che quel muoversi di foglie o quell’improvviso silenzio preannunciavano l’arrivo di un predatore o che quell’odore ci indicava la presenza di piccoli animali da mangiare.
Com’è che tutti i vantaggi dell’ansia che ci erano così utili quando eravamo nella savana ora sono diventati invalidanti?
Intanto, da un paio di secoli non viviamo più alla giornata ma programmiamo; oggi, domani tra un anno tra un decennio, il piano quinquennale e quello decennale
Ognuno di noi se si sofferma a contemplare il futuro, a immaginare cosa accadrà il giorno seguente proverà una certa ansia. A meno che non ci si trovi in un periodo di innamoramento, pensare al futuro è andare nei territori dell’ansia o del suo cugino il panico. Riuscirò a fare il mio lavoro? Mio figlio supererà l’interrogazione? Mi arriverà una multa? Nei soggetti ansiosi, purtroppo, il presente risulta essere molto poco presente.


Inoltre nella savana correvamo nudi cioè privi di difese e protezioni; e ogni nostra emozione poteva essere immediatamente espressa, senza differirla ad un altro momento e ogni nostro istinto poteva essere soddisfatto senza troppi divieti morali.
Oggi, i nostri istinti si sono giustamente piegati alle esigenze del collettivo e non viviamo più le emozioni nel momento in cui emergono.
La società si evolve verso un equilibrio fondato sul post-datare istinto ed emozioni mentre il comportamento istintuale è caratterizzato in misura preminente dalla coazione, da quella che è stata chiamata la “reazione del tutto o nulla”.
Quindi per non rivelare ciò che noi riteniamo vulnerabile e inadeguato, reprimiamo le nostre emozioni per poi farci i conti in momenti altri e sempre più spesso, in modo del tutto casuale.
Così l’angoscia per un lutto può presentarsi anni dopo la perdita e risultare incomprensibile e priva di senso e una emozione senza senso genera paura e panico.
Ho constatato nel mio lavoro che cercare di dare un senso all’esperienza di panico è un passo fondamentale per evitare quel profondo stato di scoraggiamento, incertezza e allerta che l’individuo sperimenta nella paura di avere un ulteriore attacco.
C’è un dio della mitologia greca che aveva le gambe caprine e il corpo umano, un dio che correva nelle selve e spaventava le ninfe che si lavavano nei ruscelli, e lo faceva tirando fuori urla che impaurivano lui stesso.


Questo Dio si chiamava Pan.
Il racconto che ci viene dato nell’Inno Omerico mostrava Pan abbandonato alla nascita da sua madre, una ninfa dei boschi, ma avvolto da suo padre Ermes in una pelle di lepre e portato sull’Olimpo dove venne accolto da tutti gli dei con gioia.
Il nome Pan sembra derivare dal greco “paein” (pascolare): in Grecia la sua provenienza era l’Arcadia, dove possedeva le greggi che pascolava, essendo un dio vagabondo senza una dimora specifica. Pertanto Pan è un dio dei campi, delle selve e dei pascoli (specialmente nell’ora meridiana), e più in generale della pastorizia.
Un altro significato di “pan” è “tutto”, letteralmente perché secondo il mito greco Pan era lo spirito di tutte le creature naturali, e questa accezione lo lega alla foresta, all’abisso, al profondo, quindi anche alle grotte, alle cime dei monti ed alle balze montane; è in definitiva il dio dell’origine della vita e della vita stessa, secondo le teorie degli stoici che ne fecero l’incarnazione della vita universale.
Pan è, anche il dio della paura, del panico, dell’incubo, ci possiede durante quelle esperienze estremamente perturbanti di perdita del senso cosciente di sé. Quando irrompe nel campo psichico lo fa con forza inusitata, battendo lo zoccolo con veemenza al ritmo sfrenato del suo flauto. Il panico che ci provoca è incontrollabile e perturbante proprio perché erompe dai nostri meccanismi vitali più umani; l’attacco e la fuga dal pericolo in agguato (sia esso esterno o interno).


Il richiamo di Pan è totalizzante (pan, dal greco “di tutte le cose”) perché è il richiamo della Natura: è un senso globale di richiamo della naturalità, dell’essere umano nella sua accezione più biologica. È la vita (biòs) che entra a gamba tesa nella mente (psyche), per richiamarla dal suo ragionare, dal suo pensare, dal suo costante tentativo paranoico di comprendere e dominare le cose.
Scrive Hillman:


Infatti se Pan è il Dio della natura “dentro di noi”, allora egli è il nostro istinto.

Saggio su Pan. James Hillman.


Se, quindi, il Dio Pan è l’incontro con l’animalesco, con l’istintivo e ci possiede in forma di attacco di panico, allora questa intensa paura della paura  ci impone di prestare attenzione a bisogni e istinti inascoltati, e di non fuggire di fronte a lei.
Infatti, il panico ha un valore adattivo ci può segnalare situazioni interne pericolose ma nel contempo stesso ci allerta rispetto a situazioni esterne altrettanto pericolose.
Pan è ciò che di spaventoso esiste in natura che porta però con sè esperienze come il presentimento, l’intuizione, il sentimento misterioso e persino la profezia.
E’ soltanto penetrando più a fondo nella natura di Pan che potremmo comprendere meglio queste manifestazioni che sembrano voler restare disconosciute ed evanescenti, mezze burle e mezze verità, e in pari tempo strettamente legate a forti emozioni.
Tremiamo accasciati ad un muro quando ci coglie un attacco di panico ma non dobbiamo dimenticare che tutta quella tempesta di emozioni ci facevano i conti tutti i giorni i nostri antenati e quell’irrompere di i livelli istintualità metteva in atto eventi sincronici, intuizioni etc…
Farmaci e approcci cognitivi lasciano Pan fuori dalla porta e lui resta acquattato in fondo alla nostra psiche pronto a balzar fuori per un nonnulla.
Ma si sa che le grandi rivoluzioni sono sempre la conseguenza delle grandi repressioni e quindi ascoltiamo quello che ha da dirci questo Dio e se è il caso torniamo a farlo vivere e non accontentiamoci di questi episodi rapidi, voraci e devastanti.

Vaso raffigurante il mito di Pan e Siringa

Appuntamento con il conte alchimista

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Vintage sun illustration with woodland treasures, Amanita mushroom, fern, forest plants baner. Botanical illustration isolated on black background.

Nella serie tivù Outlander un alchimista francese perde la sua nave colpita dal vaiolo e poco dopo lo ritroviamo ad una cena protagonista di un misterioso intrigo a base di veleno, marsine e jabot di pizzo.
L’alchimista è il famoso Conte di Saint-Germain.
Un personaggio di cui non si conosce né il vero nome, né tantomeno l’origine. La sua fama, tramandatasi nel tempo, lo descrive come un uomo brillante, arguto e molto facoltoso, immortale e dotato di poteri soprannaturali. Grande conoscitore delle arti magiche e della chimica.


Uomo misterioso questo Conte e da non sottovalutare se pensiamo che Stanley Weber, l’attore che lo ha interpretato in Outlander, racconta ad un giornalista di averlo incontrato.
“Oh, sì, ho incontrato quel ragazzo.” ha affermato Weber .
Il giornalista ha chiesto di più e Weber ha raccontato che molti anni prima, quando l’attore era ben lontano dall’idea di poter recitare, un giovane in abito settecentesco e parrucca incipriata si era presentato a lui come il Conte di Saint-German.
Ma ci si può forse aspettare qualcosa di meno da un personaggio basato su una figura storica realmente esistita che si dilettava con l’alchimia scatenando illazioni sulla sua immortalità?
Grazie a queste qualità, pare, che il Conte di Saint-German entrò nelle grazie di Re luigi XV di Francia, il quale lo accolse a corte intorno al 1748, diventando suo amico personale e affidandogli importanti missioni segrete.
Il Conte era un alchimista illuminato e uomo di vastissima conoscenza, iniziato ai misteri e dotato di molteplici talenti: pare infatti che parlasse molte lingue che suonasse magnificamente il violino, ma soprattutto che egli avesse brevettato un elisir di lunga vita, capace di renderlo immortale, come attestano le testimonianze di molti personaggi che in ogni epoca si sono proclamati suoi discepoli tessendone le lodi come madame Bavatsky e Rudolf Steiner. Tanti nei secoli sembrano averlo incontrato. C’è chi giura di averlo visto di secolo in secolo sempre con lo stesso aspetto e con gli stessi abiti settecenteschi. Perfino qui da noi in Italia si dice che continui a manifestarsi ogni vigilia di Natale, nei giardini del Pincio a Roma.
Io stessa del tutto casualmente in un mercatino di libri vecchi ho trovato un libretto che gli viene attribuito.
Come sempre in questi casi è fatica sprecata domandarsi se si tratta di realtà o di pura fantasia.
Ciascuno creda ciò che desidera.
Come diceva un altro alchimista dell’opera in nero della Yorvcenaur:

“Mi sono guardato bene dal fare della verità un idolo; ho preferito lasciarle il nome più umile di esattezza.”

L’alchimia è una disciplina, tra la scienza empirica e l’arte, volta a trasmutare i metalli in oro, alla ricerca della pietra filosofale e dell’elisir di lunga vita.


Oggi possiamo anche dire che è una sciocchezza e che non è scienza: ma l’alchimia grazie alla sua volontà di penetrare i segreti della natura e di replicarne i processi ha aperto la via alle prime conquiste della chimica.
Dimostrando che cercare misteri oscuri e tollerare di non sapere ci porta sempre più vicino alla verità delle certezze incrollabili.
L’alchimia è un scienza antica si sviluppò nel mondo arabo e in Europa nel Medioevo. Nella contemporaneità Carl Gustav Jung ha contribuito alla rinascita e all’interesse di questa disciplina.
Colpito dalle confluenze esistenti in molti sogni moderni e nei temi alchemici lo studioso ha cercato itinerari, percorsi, modalità, viaggi psichici, percezioni e interpretazioni del fenomeno “inconscio”.
Con l’avanzare degli studi egli ha collocato la ricerca sull’alchimia in quel percorso chiamato “principio di individuazione”. Questa miscela di pratiche e di saperi propri dell’alchimia hanno rappresentato per Jung quel percorso psicologico di sprofondamento nell’inconscio che conduce al proprio Sé e al senso della vita.
Il Sè, secondo Jung, comprende sia l’Io che l’Inconscio e a differenza dell’Io che è il nostro essere spazio temporale, il Sè è come il punto germinale della totalità in cui sarebbero inclusi gli opposti come bene-male, terra-cielo, alto-basso, etc
Naturalmente gli psicoanalisti Junghiani si sentono un pò alchimisti; lavorano nell’oscurità, verso l’oscurità, lavorano con l’ignoto; e nell’ignoto.
Analista e analizzando si mescolano, si alchimizzano, si trasformano guidati da processi emotivi che spesso sfuggono alla coscienza.
Sono lievi intuizioni, segni o sogni, il miglioramento di un sintomo che indicano la strada giusta.
Analista e alchimista sono come viandanti e vagabondi dello spirito, alla ricerca di processi individuativi. Tra l’altro Hillman ha messo in luce come in analisi si lavori con il calore delle emozioni e che queste vengano trasformate in quel forno che assomiglia al forno alchemico dove le sostanze bollivano e fumavano nell’alambicco e si trasformavano, non sempre in oro ma in una sostanza diversa dalla precedente.


Alzare e abbassare il fuoco è un gioco emotivo di cui l’analista dovrebbe essere maestro.
Quanto l’emozione è alta o bassa? C’è emozione? Quando bisogna alzarla? O abbassarla? Sarà stato un caso trovare il libro del Conte di San Germain su una bancarella di piazza Cordusio?
Soprassedendo al desiderio d’immortalità che tutti nutriamo in cuor nostro e che in questa epoca più che in altre intravediamo come aspirazione inquietante e concreta il libretto è da leggere senza pregiudizi.
E’ il Sè che parla e che guida a dimenticare gli accadimenti concreti della vita e a lasciarsi andare ad una forza transpersonale che ci guida, senza voler controllare che ogni cosa vada come noi vorremmo che vada.
Un po’ pomposamente il libro di Saint-German è un libro di rivelazioni. Si intitola Io Sono dal titolo del primo capitolo, che contiene l’insegnamento forse più potente di tutti:”Sii calmo! E sappi: io-sono dio, cui fa seguito un altro messaggio non meno sorprendente che del libro costituisce la chiave stessa:


“Pensare è creare.Tu sei come pensi nel tuo cuore”.


Basterebbero cogliere queste due informazioni per trasmutare in senso alchemico il piombo della nostra natura umana, nell’oro della nostra natura divina.
Ed è così che il Conte di Saint-Germain è immortale perché vive ancora dopo secoli, forse dopo millenni proprio dentro ciascuno di noi , ma che il suo nome non è altro che uno dei tanti nomi che abbiamo attribuito ad un grande mistero, altrimenti noto come il Sè.

Il libro del mio incontro con il Conte

Ma in che mondo siamo?

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MESSIAH

Lockdown si, lockdown no? Io sono vaccinato, io sono no vax. I vaccini causano le varianti, vacciniamoci perché siamo a rischio. No, non vacciniamoci perché la vaccinazione causa varianti. Allora è meglio l’obbligo vaccinale? No, è meglio il green pass; e così via. Sino al punto di accapigliarci l’uno con l’altro convinti di aver capito ed avere, solo noi, in mano la verità. Alla fine, però, sia che ci consideriamo nel giusto sia che siamo dubbiosi ci sorge una domanda: ma in che mondo siamo? Verso che mondo stiamo andando?


Vi racconto una storia, a dire il vero psichiatrica, ma chi non sta, un po’, come i pazzi in questo periodo storico?
Un uomo è convinto di essere morto. Dice ai familiari: “Sono morto:” e i familiari lo mandano da uno specialista. Subito tra medico e paziente incomincia un’accanita discussione. Il medico fa appello ai sentimenti dell’uomo verso la vita, verso la famiglia. Poi prova a farlo ragionare, dimostrandogli l’intrinseca contraddizione di una frase come “Sono morto”: i morti non sono in grado di dire che sono morti, perché è appunto in questo che costituisce l’essere morti. Alla fine il medico ricorre all’evidenza dei sensi. Domanda all’uomo: “I morti sanguinano?”. “Certo che no” risponde l’uomo, spazientito dall’ottusa dabbenaggine della mente dei medici. “Lo sanno tutti che i morti non sanguinano”. Al che il medico gli punge un dito. Ne esce una goccia di sangue. “Ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto” esclama l’uomo “I morti sanguinano, eccome.”
Questa simpatica storiella si trova in un libro di James Hillman: La vana fuga degli dei, ed è un esempio di ciò che lui chiama letteralismo; cioè la distorsione cognitiva che conduce l’uomo a fidarsi troppo di ciò che vede e poco di ciò che sente e della metafora sottostante.

James Hilmann, La Vana Fufa degli Dei, Adelphi


La prima edizione del libro è del 1991 ma è molto attuale, infatti, in questo periodo storico noi esseri umani cerchiamo di trovare prove e indizi che confermino una teoria a monte, che sta lì un po’ precaria, ma che non riusciamo a mettere in discussione. Più la teoria è concreta e fatta di cose che si toccano e si confermano e più ci pare di avere in tasca la verità, mentre a mio parere ce ne siamo allontanati. Cerchiamo certezze, fatti concreti, vogliamo sapere e cerchiamo in rete il messia o la rivelazione perdendoci nella lettura letterale di ogni evento.
Alcuni giorni fa, quasi per caso il telecomando mi ha guidato verso una serie televisiva dal nome altisonante: Al-Massih, il Messia. Mi sono fermata ed ho iniziato a guardare attratta dal titolo. In fondo in qualche parte remota della mia psiche esiste il desiderio di una facile certezza che mi allontani da questo clima di insicurezza e precarietà e non sono così superba da pensare che questa risoluzione non possa avvenire anche da una serie televisiva. Insomma, lo confesso, la pulsione che mi ha spinto a fermarmi e guardare era la speranza di capire dove stavamo andando. Al-Massih il Messia: si, già dal titolo si prefigurava una vicenda che mi avrebbe dato una spiegazione.
Beh, lo sapevo che questa spiegazione non può esistere ma come tutti gli esseri umani ci speravo.
Nel primo episodio della serie le milizie dell’Isis stanno per entrare a Damasco. Un misterioso uomo in tunica gialla predica nella piazza principale rassicurando la popolazione che Dio li salverà.
A quel punto si alza una tempesta di sabbia e l’Isis non può prendere la città.
L’uomo in tunica gialla è Al-Massih.
Credendo al miracolo la folla lo acclama e poi inizia a seguirlo. Nell’umana speranza di trovare una guida la folla di disperati crede di aver trovato qualcuno che li condurrà verso la verità.
Al-Massih li guida dalla Siria fino al confine con Israele ma poi scompare.
Riappare in Texas davanti ad una chiesa in procinto di essere distrutta. La chiesa, forse per opera sua, non soccombe al tornado che si era abbattuto sulla città.
Sembra un miracolo di Al-Massih.
Quell’evento avrebbero potuto essere casuale ma anche lì la gente inizia a seguirlo aspettandosi un segno più chiaro della sua divinità.
A questo punto vi sarete chiesti ma questo personaggio è Gesù?
Me lo sono chiesto anch’io.
Non lo so.
Non ho ancora finito di vedere la serie e non credo che vedrò la fine anche se mi resterà il dubbio di come se la era cavata il regista a mostrarci un dio nudo e crudo su uno schermo televisivo. Conscia del fatto che il divino non si rivela mai nella trama della vita quotidiana e men che mai si scomoda a dirci dove dovremmo andare ho preso il telecomando e ho spento la televisione.

Scrive Hillman:


…una delle funzioni psicologiche è quella non semplicemente di mortificare o mettere alla prova la fede, ma di prevenire la reazione di credo-non credo, nella quale è insita la pazzia del letteralismo.

Nell’episodio “Pur vedendo non vedono.”
Verso la fine dell’episodio Il Messiah coricato su una branda guarda davanti a sé immobile e inizia un discorso a casaccio.
“C’era la brina stamattina sul terreno.”
Don Iguero, il prete amico a cui Al-Masih aveva salvato la Chiesa, lo prende alla lettera e risponde :”Ha bisogno di coperte può far freddo la notte?”
Al-Masih sdraiato e sempre con lo sguardo perso nel vuoto continua:
“Ho visto un uccellino che beveva la brina sciolta. Un uomo si sarebbe chiesto da dove provenisse tutta quella brina in piena estate ma l’uccellino ha bevuto quel che ha potuto e se ne è andato.”
Poi Al-Masih si alza dalla branda, si gira verso Don Iguero.
Don Iguero perplesso continua a desiderare spiegazioni e chiarezza e dice:
“Le persone, i suoi seguaci non so se li ha visti, sono tantissimi ormai e vogliono sapere cosa succederà
“Chi può sapere cosa succederà?” Risponde Al-Masih con voce ferma.
“Ma io credevo che lei sapesse.” incalza Don Iguero, che vorrebbe sapere se è davvero il dio che tutti si aspettino che sia.
Impercettibilmente le spalle di Don Iguerio crollano verso il basso come una impalcatura che non regge più l’incertezza del terreno.
“No io non posso.” Risponde Al-Masih “Tu mi hai portato qui. Chi ti ha chiesto di fare questo?”
“Non lo so, l’ho fatto e basta.”replica Don Iguero.
“Come quell’uccellino.” Conclude Al-Masih

MESSIAH, scena della serie TV NETFLIX

Al-Masih sottolinea, quindi che affidarsi al caso o all’intuizione non è una scelta irrazionale ma naturale.
A questo punto decidono di andare, Don Iguero guida la colonna di auto. La gente che non sa dove andare è tanta e ogni giorno la fila cresce sino a diventare un serpente di auto.
Dove andranno?
E chi lo sa?
In conclusione: Dove andiamo?
Non lo sappiamo
L’importante è non fare come il signore un pò nevrotico della prima storiella che facendosi guidare dalla ragione e dalla logica cade in errore.
Se alla fine del film, che non ho visto, il divino si fosse rivelato e avesse condotto la fila in una terra promessa sarebbe stato un gran brutto film.
I misteri rivelati finiscono con l’essere grotteschi.
A questo punto meglio fermarsi prima della fine e farci guidare dalla poesia, dal mistero, dalla metafora.
Teniamo vivo il dialogo con noi stessi; coltiviamo il dubbio, facciamo esercizio di chiaroscuro, insicurezza, rassegnazione.
Le idee fisse, gli ideali monolitici sono comici e buffi come la storiella raccontata all’inizio.
Se è il caso: non arriviamo alla fine di qualcosa che avevamo iniziato, interrompiamo un film o qualcosa che ci sembrava importante da finire e andiamo a fare qualcos’altro.
Ricordandoci che anche la fine non è per sempre.

Il sogno

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L’ideale è scriverli a mano su un taccuino, al mattino appena svegli, possibilmente con una stilografica e la carta assorbente per non macchiare il foglio d’inchiostro. Ma se il risveglio è traumatico, va bene anche scriverli su un pezzo di carta trovato lì per lì, oppure registrarli sullo smartphone, così quando li riascolterai ti parranno arrivati dall’Ade, che poi, secondo Hillman, è da lì che provengono.
Comunque si faccia, però, la materia impalpabile dei sogni è difficile da catturare. Se ci si distrae un attimo, pouf, la luce del giorno carica di ragione, li ha già cancellati.


Un mio paziente mi raccontava che la nonna da parte di mamma teneva un taccuino sul letto, sopra al centrino in pizzo e vicino alla bottiglia dell’acqua e appena sveglia scriveva tutti i brandelli di sogno che si ricordava,
“Lo faceva così. Solo perché erano belli.” Mi raccontava alzando le spalle.
“Si arrabbiava un sacco se svanivano appena sveglia o se le rimaneva la sensazione ma non si ricordava il contenuto. Le piacevano proprio quelle storie dove può accadere di tutto…”
Eh si, il sogno se lo si osserva lentamente e con molta grazia è una narrazione in piena regola, con un incipit, una trama e un finale.
Inizia sempre con un luogo “Ero a…” prosegue con accadimenti vari,, a volte resta sospeso ma a volte si ha una vera conclusione.
Comunque se ci si riflette sopra in un lavoro analitico una fine ce l’hanno sempre.
Il sogno è letteratura e ha un suo genere: è commedia, é tragedia, ci sono sogni di paura, tragici, comici, eroici.
Inoltre, come le storie il sogno esiste dalla notte dei tempi.
Attraverso essi si interrogano gli dei nell’Iliade, nell’Odissea e nell’Oriente antico.

SIBILLA
Zampieri Domenico detto Domenichino
(Bologna 1581 – Napoli 1641)

Per nove giorni infuriano le frecce del dio. Al decimo, Achille chiamò la sua gente in assemblea: Atridi, credo che saremo costretti a retrocedere di nuovo e a vagare, se pure sfuggiremo alla morte; altrimenti la guerra e la peste distruggeranno gli Achei. Ma prima interroghiamo un indovino, un sacerdote o un interprete di sogni che ci dica perché è tanto irato con noi Febo Apollo; anche il sogno infatti viene da Zeus”.

Illiade, I

Anche nella Bibbia il dio si rivela attraverso il sogno.

“Ascoltate le mie parole. Se uno di voi sarà profeta, io mi rivelerò a lui in visione, e gli parlerò in sogno”

Numeri,12,6

Proseguendo nel cammino dell’umanità i sogni si sono fatti allegorici e satirici nel Medioevo, angosciati in Kafka, giocosi in Lewis Carrol , misteriosi in Nietzsche.

Nel corso dei suoi sogni, l’uomo si esercita per la vita che verrà.

Friedrich Nietzsche

Ed è vero ciò che scrive il filosofo perché nei sogni l’anima conversa con innumerevoli individui di sua creazione e si trasferisce in diecimila scene di sua immaginazione e abita luoghi che non ha mai abitato.

Ieri ho sognato di vedere
Dio e di parlare a Dio;
e ho sognato che Dio m’udiva…
Poi ho sognato di sognare.

Antonio Machado

Il sogno è un viaggio che fa apparire insipido anche il più appassionante capolavoro della fantascienza. Annulla il tempo e lo spazio e si fa beffa della realtà.
Nel sogno ci è concesso di trasferirci nella più remota antichità, parlare con personaggi esistiti secoli o millenni prima della nostra era, con protagonisti di leggende e di favole mai esistite.
In un sogno possiamo raggiungere New York, Tokyo, Singapore, la cima dell’Everest, le utopiche città marziane.
Il sogno fa svanire le dimensioni che ci sono note, le sostituisce con altre in cui le cose più assurde divengono naturali. Entro i suoi confini possiamo sdoppiarci, moltiplicarci, incontrare noi stessi.


I morti rivivono in sogno e i vivi possono morire d’una morte effimera, possiamo essere immortali grazie a tutte le persone che ci sogneranno quando ce ne saremo andati.
Che cosa non possiamo fare in sogno?
Possiamo volare, immergerci nelle viscere della terra, comprendere gli animali e le cose ed essere da loro compresi. Possiamo addirittura “rompere con noi stessi”, con la nostra coscienza perpetrare crimini, compiere azioni pericolose per noi e per gli altri.
Possiamo trasformarci in mostri con sembianze umane, possiamo uccidere la persona che amiamo, possiamo riconciliarci con il nostro peggior nemico.
Più ci inoltriamo nel regno di Morfeo più le ombre che lo popolano sanno di miracolo; possiamo andare nel nostro lontano passato e dissotterare perle o mostri che sarebbero andati perduti per sempre.
Nel sogno riceviamo ispirazione per risolvere problemi che fino alla sera precedente ci sembravano insolubili e riusciamo a captare messaggi telepatici.
Si dice che Kekulé intuì la formula di struttura del benzene in sogno. Pare che nel 1854 a Londra in una sera d’estate si assopì all’interno di un omnibus a cavalli e “vide” gli atomi danzare in un vortice.
Una seconda volta, invece, vide chiaramente gli atomi unirsi in file sinuose e ricurve, a guisa di serpenti, e uno di questi afferrò con la bocca la sua stessa coda.
Era l’Uroboros, ma va beh, questa è un’altra storia…che vi racconterò un’altro giorno…
Ritornando al sogno, però, bisogna fare attenzione perché possono ingannare.

Huayna Càpac fu preso dal timore del vaiolo. Si rinchiuse in una stanza e durante il suo ritiro fece un sogno: tre nani andavano da lui e gli dicevano: “Inca, siamo venuti a prenderti”. Il vaiolo raggiunse Huayna Càpac e questi ordinò che l’oracolo di Pachacàmac rivelasse in qual modo egli avrebbe potuto riacquistare la salute. L’oracolo ordinò di farlo uscire al sole, perché così sarebbe guarito. L’Inca uscì al sole e dopo poco morì.

Bernabè Cobo
Historia del Nuevo Mundo

C’è, anche, chi il sogno l’ha visto come un fatuo nemico portatore di menzogna:

Vane e fallaci sono le speranze dello sconsiderato, e i sogni esaltano gli stolti. Simile a chi vuole afferrare l’ombra o inseguire il vento è colui che da credito ai sogni. Chi sogna è come se si ponesse di fronte a se stesso: davanti al suo volto ha l’immagine di uno specchio. Da fonte impura può scaturire cosa pura? E da menzogna può scaturire verità? Son cose vane divinazione, auspici e sogni: ciò che speri, ecco ciò che sogni. Se non è l’Altissimo che li manda a visitarti, non fare caso ai sogni.

Ecclesiastico, 34, 1-6

Si, non è facile orientarsi in questo mondo caotico. Già duemila anni fa nell’Odissea cercavano di fissare delle regole e dei punti fermi…

Disse la saggia Penelope: “Straniero, vi sono sogni imperscrutabili e dal linguaggio oscuro, e non tutto quel che annunciano si compie. Hanno due porte i lievi sogni: una fatta di corno, l’altra d’avorio. Quelli che vengono attraverso il brunito avorio ci ingannano, portando parole vane; quelli che escono dal levigato corno annunciano, al mortale che li vede, cose che realmente si compiranno.

Odissea,XIX

Tra i Tuareg, tra i Bambara e i Dogon il sogno non appartiene soltanto allo specifico individuo ma rientra nella rete sociale e come tale viene interpretato e raccontato. Tra questi popoli il sogno fa da rete, olia le relazioni sociali, il rapporto del visibile con l’invisibile e attraverso il sogno l’invisibile scandisce ritmi ed eventi della quotidiana esistenza.

Freud diceva che i sogni ignorando la censura della veglia erano la soddisfazione del desiderio, e che con l’operazione di recupero degli stessi si metteva in atto un’operazione che era il compito della terapia: “ La psicoanalisi è uno strumento inteso a rendere possibile la progressiva conquista dell’Es da parte dell’Io.”

Jung considera l’interpretazione dei sogni una funzione principale nella conquista dell’inconscio per poter trasformare il piombo in oro alla maniera degli alchimisti. L’interpretazione del sogno per Jung è un’opera contro natura, ma necessaria perché è la coscienza stessa a volere tale opera, giacché il diventare conscio è in realtà un processo archetipico sepolto nel desiderio del sogno stesso.
Sia per Jung che per Freud è necessario che il sogno sia tradotto nella lingua della veglia.
Hillman contestando in parte queste teorie sostiene, invece, che nel sogno è la psiche che parla a se stessa nella propria lingua e per lui il sogno non può essere né un messaggio da decifrare nell’interesse del mondo diurno, né un modo per compensarlo.


Che cos’è allora il sogno e cosa ce ne facciamo?
Il sogno è un varco per entrare in altri mondi e scoprire cose di sé che durante la veglia non riescono a emergere alla coscienza ma molto difficile da spiegare. Aristotele fin dall’antichità diceva che possiamo inquadrare il paesaggio onirico solo per analogie, paragoni e metafore.
Allora cosa c’è di meglio di un’altra metafora?

Se in sogno un uomo attraversasse il Paradiso, e gli dessero un fiore come prova d’essere stato lì, e se al risveglio si trovasse quel fiore in mano…allora?

S.T Coleridge

Enea e l’ignoto

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“Stanno suonando le campane?” mi dice Arianna in collegamento Skype dalla Nuova Zelanda.


Abituata a quel suono impiego qualche minuto a realizzare che le campane della vicina chiesa stanno suonando: l’Ave Maria. Mi volto verso la finestra mentre la tenda si alza leggermente lasciando entrare la cultura mia e quella di Arianna assieme alla luce rosa del tramonto. Il cattolicesimo, lo strapotere della madre impersonato dalla Vergine Maria, le cinque del pomeriggio, la fine del lavoro, il dì di festa di leopardiana memoria entrano irruenti nella seduta psicoanalitica .
Mi volto verso il video e Arianna sospira: “Che malinconia!”.
Approfitto di questa casuale interruzione per lavorare assieme ad Arianna sul suo passato, su una madre troppo invasiva che l’ha costretta a scappare dalla realtà di un paese che ama e rimpiange, ma a cui non vorrebbe tornare.


Ma che cos’è la nostalgia?
La nostalgia è un sentimento che esprime insoddisfazione, tristezza, assenza di qualcosa che possedevamo e ora abbiamo perso. Le campane che suonano sono per Arianna il passato che bussa alla porta e che le riporta nella mente: sapori, canzoni o immagini che divengono stranianti e che la fanno sentire alienata dal mondo in cui sta vivendo.
Due sono gli stati d’animo che la malinconia porta con sé: tristezza per ciò che si è perso e estraneità dall’ambiente in cui si vive.
Arianna dice che lì a Auckland ogni cosa che osserva è come se la vedesse per la prima volta, nonostante ormai siano due anni che abita in quel paese. La ragazza ha difficoltà ad andare a lavorare e a uscire con gli amici perché non riesce a sentirsi integrata con quella realtà ma soprattutto sente intollerabile l’essere invisibile alle persone intorno a lei. Condizione a cui anelava quando era a casa, ma che ora sembra non farla esistere agli occhi del mondo.
Nell’ascoltare ciò che mi racconta Arianna mi viene in mente un’immagine. Otto anni fa quando iniziai il mio lavoro con gli expat, alcune assistenti sociali di Sydney mi chiesero di fare terapia a delle anziane italiane, immigrate di prima generazione.
In realtà era impossibile seguirle; parlavano solo il dialetto calabrese, abruzzese o siciliano e la loro dimestichezza con il computer era scarsa. Le assistenti sociali mi raccontarono che le signore vivevano un senso di straniamento, come se avessero smesso di impastare tagliatelle e ravioli in quel momento e si fossero all’improvviso accorte di essere in una realtà diversa dalle loro radici.
Queste donne avevano continuato a cucinare perpetuando così una vecchia abitudine, ma appena avevano alzato la testa dal tavolo pieno di farina si erano accorte di essere in un altro paese e che gli altri parlavano una lingua per loro incomprensibile.
Con l’abito lungo e nero e il viso triste queste italiane in terra d’altri si sentivano un oggetto estraneo a tutto ciò che le circondava.
Un oggetto bello, antico e prezioso ma completamente fuori contesto esattamente come certe opere artistiche di arte contemporanea.
Pochi giorni fa in Tuscia, precisamente a Soriano nel Cimino, ho superato spazio e tempo e sono entrata in un sogno. Nascosta nella foresta, entro le mura di una antica chiesa senza tetto, vi era l’unica barca di marmo esistente al mondo fuori dalla Cina.


La barca è la copia perfetta dell’originale, costruita nel 1895 per il sessantesimo compleanno dell’imperatrice Cixi e regalata dall’imperatore, nipote dell’imperatrice, ad un imprenditore italiano che operava in Cina. Questo pioniere l’ha poi trasportata nella sua tenuta sui Monti Cimini.
Il manufatto è di una bellezza sorprendente, ma che cosa ci fa lì, in un bosco Umbro? Bello e estraneo al contesto esattamente come le signore vestite di nero con le mani sporche di farina che si guardavano attorno in un mondo pieno di luci, computer e rumori assordanti.
Quella tomba/ barca di marmo mi è parsa il simbolo di quell’estraniamento dove passato e futuro si fondono e si ammutoliscono lasciandoti senza un luogo.

Ritratto di Cixi, Hubert Vos, 1906, Olio su tela, Fogg Art Museum, Harvard University. Foto: Akg / Album


Casa tua è lontana: è lì in Australia o in Italia? Non è da nessuna parte e la sensazione è quella di aver perso tutto. L’unica cosa che rimane è il traballante desiderio di essere che pare sparire in questo luogo non nostro e in questo tempo che si biforca e che lascia l’identità franta, divisa in due parti.


L’Io dov’è allora?
Nel passato o nel futuro?

Il nostro Io è nella capacità di tenere questi due poli uniti senza lasciarne andare nessuno, la malinconia va portata e il senso di estraniamento va tollerato. Ed è solo così che la malinconia da mancanza ed estraniamento si trasforma in presenza di persone, luoghi ed emozioni che tornano a trovarti.
Le signore della prima immigrazione australiana per non avvertire la malinconia l’avevano rimossa ma nel contempo stesso si erano dimenticate di vivere la realtà che abitavano.
Ricordo che pur non potendo far nulla per queste signore avevo consigliato alle assistenti sociali di promuovere per loro delle piccole attività che gli facessero percepire la realtà che vivevano; una passeggiata fuori dall’abitazione, due parole in inglese, farsi accompagnare a far la spesa in un mall.
Ma come si porta il conflitto tra malinconia e estraniamento e la voglia di rimanere in quel posto estraneo che si è scelto?
Le immagini come sempre sciolgono il nodo del conflitto e fanno intuire la risoluzione. Nella mia città a Genova, nel bel mezzo di Piazza Bandiera, in zona della Nunziata, si trova una scultura che celebra uno dei momenti più alti della cultura occidentale: la commovente scena in cui Enea, che ha perso tutto ed è costretto ad abbandonare la città di Troia in fiamme, spinge avanti a sè il figlio Ascanio e porta sulle spalle il vecchio padre Anchise.

Enea che in spalla un passato che crolla tenta invano di porre in salvo, e al rullo di un tamburo ch’è uno schianto di mura, per la mano ha ancora così gracile un futuroda non reggersi ritto.

Il passaggio di Enea, Giorgio Caproni.
Fuga di Enea da Troia, Federico Barocci, 1598, Galleria Borghese, Roma



Ho già parlato della nostalgia di Ulisse per Itaca e per il suo letto costruito dentro ad un albero con radici profonde nella terra e l’ho equiparato al sentimento della mancanza da casa degli expat.
Ulisse, però, è tornato a casa, è stato riconosciuto dal suo cane e ha potuto riabbracciare la moglie.
Ma che cosa succede a chi a casa non vuole o non può tornare?.
Enea è l’eroe di chi sceglie di affidarsi al “destino”, al fato, alle parche. E’ a lui che tocca di farsi “pio” cioè obbediente al volere degli dei .
Egli, infatti, non tornerà in patria, asseconderà il suo destino e fonderà una nuova città che diventerà poi Roma Caput Mundi.
Ulisse e Enea due personaggi e due stati d’animo diversi.
I Greci credevano di essere nati dalla terra, come l’albero in cui era intagliato il letto di Ulisse.
Gli Ateniesi si vantavano di esserci sempre stati. Il loro primo re era sbucato dal suolo come un serpente e per questo aveva la parte inferiore del corpo coperta di scaglie.
“Noi siamo stati sempre qui”, dicevano “La nostra gente è nata da questa terra; possiamo accogliere i supplici e gli stranieri, anzi è la nostra legge a imporlo, ma i veri Ateniesi saremo sempre noi, i figli del serpente”.
I Romani, invece, sapevano di discendere da uno che viene da fuori, accompagnato da fuggiaschi che avevano attraversato il mare rischiando di morire e scomparire nelle acque.

Seneca, scrive: “L’impero romano ha come fondatore un esule, un profugo che aveva perso la patria e si portava dietro un pugno di superstiti alla ricerca di una terra lontana…” .

Ma malgrado tutto, al di là di tutto, i superstiti con dolore affrontando l’ignoto trovarono una terra dove stanziarsi, e con gli antichi abitanti di questa formano un unico popolo

Andare verso l’ignoto vuol però dire non aspettarsi un porto sicuro e la sicurezza la ricaviamo solo dal poter portare il passato sulle spalle, spingendo avanti il futuro.
D’altra parte Enea era un eroe / non eroe, persona “normale” ma figlio di una dea; Venere, quindi “fortunato” e “destinato”.
Ma questa è un’altra storia.

La vocazione

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La spiaggia si era spopolata, il mare srotolava pietroline sulla battigia e gli ombrelloni proiettavano un’ombra lunga sulla sabbia ancora calda. Da un juke box arrivava la voce ambigua di David Bowie.

Ground Control to Major Tom
Ground Control to Major Tom
Take your protein pills and put your helmet on

Un ragazzo arruffato con un paio di occhialini rotondi leggeva appoggiato ad uno scoglio, vicino a lui una ragazza che per contrasto appariva liscia e in ordine; lisci i capelli neri e lunghi, liscia la fronte, seppur tesa nella lettura.
Ad un tratto Il giovane chiuse il libro di botto e si rivolse alla ragazza: “Ma tu ci credi ai marziani?” le chiese.
“Un po’.” disse lei muovendo l’aria con la mano nel tentativo di azzittirlo.. ”Lasciami leggere, sto arrivando alla fine .”
Lui le lanciò una manciata di sassolini e bofonchiò: “Guarda che il libro è il mio…”

This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
And the papers want to know whose shirts you wear
Now it’s time to leave the capsule if you dare

“Finisce che non tornerà più sulla terra…” disse il ragazzo alzandosi di scatto: “ Dobbiamo andare.”
“Ma sei stronzo…mi hai detto come finisce.” Disse la giovane mettendosi in ginocchio ma continuando a tenere in mano il libro poggiato sui suoi palmi come per l’offerta ad un dio.
Il ragazzo con gli occhi crudeli chiusi a fessura le sibilò: “Si, lui resterà nello spazio.”
Lei imbronciata si alzò di scatto, sventolò l’asciugamano sollevando polvere e ira e lo ficcò nella borsa.
“Guarda.” Disse lui prendendo il libro: “Non ti ho detto come finisce. La fine sta già scritta nella quarta di copertina. Leggi qua…c’è anche il commento di un…di un…dammi il libro che te lo dico…”
Con un gesto rapido afferro il libro e si mise a leggere:.“Uno psicoanalista…Carl Gustav Jung”
Lei imbronciata allargò le braccia e rispose: “ Non so chi sia.”
“Carl Gustav Jung.” Disse lui esibendo finta supponenza e arroganza.
Qualcuno doveva aver rimesso lo stesso disco e David Bowie cantava il viso imbronciato di lei si ammorbidì nel rosa del tramonto e sorrise.
“Va beh, va beh. Finiamola qui..” Aggiunse.

“This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating in a most peculiar way
And the stars look very different today

“Ho una cosa da dirti…” sospirò lei dopo qualche secondo di silenzio.
“Cosa?” Fece lui
“Era qualcosa su…No, niente. mi sembrava importante, ma l’ho scordata.”
Il ragazzo scosse la testa. Era abituato alla distrazione di questa ragazza che viveva con la testa dentro alle storie che leggeva.
Più tardi quando l’accompagnò alla stazione lui andò a comperarle il biglietto. Lei ingannò il tempo sbirciando dentro ad un giornalaio. In un angolo c’erano riviste pornografiche, un po’ più in là Due più, Bolero e Grand Hotel. Vicino al muro alcuni libri. Il giornalaio aveva denti sporgenti e occhi rotondi; sembrava un castoro.
Lei si avvicinò ai libri.
Ne prese uno a caso.
Si intitolava Fenomeni paranormali.
Alla ragazza piaceva quella copertina essenziale; tutta nera, con un cerchio nel mezzo.
Prese il libro e lo porse al giornalaio. Mentre aprì la borsa pensò tra sé e sé che non aveva mai visto un individuo con denti così sporgenti.
Quando lui ritornò dalla biglietteria l’abbracciò. Lei annusò il suo odore aspro e forte.
Sarebbero stati un bel po’ senza vedersi.
Lui le prese il libro dalle mani.“Fenomeni paranormali di Carl Gustav Jung.” lesse.
“Ah si?” Disse lei.
“Sapevi che era lui…quello del libro…lo psi…lo…?” Fece lui.
“ Si, certo ”rispose lei rovistando in borsa.
“Davvero?” Replicò lui.
“Certo” rispose chiedendosi dove mai avesse ficcato il biglietto appena ricevuto.
Lui canticchiò il ritornello della canzone appena ascoltata.
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
“ Torre di controllo…Comandante Tom risponda” insistette lui agitandole una mano davanti al viso.
Lei gli rispose canticchiando a sua volta: “Here am I floating ‘round my tin can
Far above the moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do”

Earls Court Arena on May 12, 1973 during the Ziggy Stardust tour (Photo by Gijsbert Hanekroot/Redferns/Getty Images)

Quell’evento, alla ragazza, fu chiaro molti anni dopo e solo perché aveva buona memoria ed era andata frugando per tutta la vita, per via del suo lavoro di psicoanalista, in ogni episodio della sua esistenza.
Quel pomeriggio d’estate un impalpabile evento sincronico aveva acceso la luce sul suo destino. Ma non crediate che la ragazza sia stata abile a coglierlo. Ah no, ci sono voluti ancora anni ed anni prima che seguisse quella che era a tutti gli effetti la sua vocazione.
Ma cos’è la vocazione?
Le teorie sulla vita sono tante ma l’esistenza spesso ci sfugge di mano perché essa è di più, molto di più di quanto la nostra ragione possa comprendere. Per esempio: avete mai avuto la sensazione che ad un tratto qualcosa vi chiamasse a percorrere una certa strada?
Certo che l’avete avuta.
In un momento preciso dell’infanzia o anche dopo in adolescenza è avvenuto qualcosa che poteva essere: un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze o un evento sincronico simile a quello che vi ho raccontato.
Il giorno in cui questo evento è avvenuto siete stati colpiti con la forza di un’annunciazione? Avete detto: “Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere? Ecco chi sono?”.
Ma a volte, come accade alla ragazza della storia la chiamata avrebbe anche potuto essere meno netta, più simile a piccole spinte verso un determinato approdo, mentre vi lasciavate galleggiare nella corrente pensando ad altro.
Però sia che abbiate avuto la chiamata, oppure sensazioni fragili è raro che vi abbiate dato ascolto, perché subito vi siete detti che è roba da bambini.


“Chi mi credo di essere?” Un eroe ? Una eroina? Ma io non ho nessun talento.” Ma io non sono capace a far nulla.” E la chiamata va perduta nelle incombenze pratiche della vita di tutti i giorni. “Non possiamo mica perderci nei segnali premonitori o nei sogni.” ci siamo detti e abbiamo proseguito con lucidità e razionalità.
Eh no, quella chiamata avremmo dovuto ascoltarla.
Essa è ciò che conta davvero.
E’ la vocazione la spinta motivazionale più forte per ogni essere umano. La chiamata non significa essere destinati a salvare il mondo o a fare qualcosa di eccezionale, ma è solo la nostra vocazione ciò che può permetterci di fare delle scelte libere sulla base di una sensazione che è possibile sviluppare.


Scrive Hillman:
Perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato: il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi. Non la ragione per cui vivere; non il significato della vita in generale, o la filosofia di un credo religioso: questo libro non ha la pretesa di fornire risposte del genere. Esso vuole rivolgersi piuttosto alla sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere; la sensazione che il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte a un’immagine.
Hillman, James. Il codice dell’anima


Allora voi vi direte: “Si, ma, allora questa vocazione bisogna avere orecchio per sentirla?e io non sono portato; bisogna capire tra le righe, vedere ciò che non si vede, tutto troppo difficile per me.”
Come psicoanalista vi posso dire che è difficile ma che si può fare. La nostra vocazione lascia tracce leggere come quelle di un passerotto ma lavorando sui sogni, le sensazioni, le angosce, le paure e, anche tra le vigliaccate ad un certo punto la vocazione arriva come in un sogno da svegli.


“Io sono venuto ma voi non mi avete visto.” Disse Gesù quindi meglio stare attenti a tutto ciò che si manifesta perché potremmo non vedere ciò che potrebbe causare la trasformazione.
Vi assicuro che in questo caos in cui viviamo si diffondono in tutte le direzioni tracce di significato, reti di una logica strana; se si crede in Dio, queste sono le impronte indirette del suo dito altrimenti sono il senso del vivere.

Se la vita ha una base su cui poggia … allora la mia senza dubbio poggia su questo ricordo. Quello di giacere mezzo addormentata, mezzo sveglia, sul letto nella stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due … dietro la tenda gialla. Di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa a forma di ghianda sul pavimento quando il vento la muove. E di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce e pensare: sembra impossibile che io sia qui…
VIRGINIA WOOLF, «Immagini del passato»

Lascio tutto e vado al mare

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Nella mia stanza di ritiro sono solo con me stesso. Ne ho sempre la chiave, e nessuno può entrarci se non col mio permesso.

Jung, Carl Gustav. Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli Edition.

Tutto è accaduto in città.
Le corti, le signorie, la cultura, gli artisti, gli scrittori, i poeti.
Nelle città si è cambiato il modo di rappresentare il mondo ma è stato solo con la scoperta di nuove terre che lo spazio è diventato tridimensionale e si è aperto alla prospettiva. Atene, Costantinopoli, Antiochia, Parigi, Londra e le città italiane hanno fatto la storia e hanno raccolto al loro interno capolavori di cultura e teorie rivoluzionarie.
Eh si, le strade delle città conducono al centro e là in quel nucleo pare esserci la realizzazione di ogni cosa. Parrebbe che una volta arrivati lì al cuore di quel mandala si possa trovare il senso del nostro cammino e finalmente fermarci.
“Andiamo in centro.” diciamo ancora in quei Sabati o Domeniche noiose. Dove l’andare in centro diventa la possibilità di fare qualcosa, di vedere novità e comperare oggetti, spesso inutili.
Un tempo in città vi si trovavano giullari, venditori e mangiatori di fuoco, ora invece vi troviamo negozi, librerie, biblioteche, tutto ciò che è cultura e che risponde alla legge del dominio dell’uomo su ciò che è naturale.
In città la natura è finalmente vinta: fibre naturali son diventate tessuti, la frutta è disposta ordinatamente in fila, gli alberi, curati da giardinieri, si muovono al venticello prodotto dallo scorrere del traffico.
Ma da un paio di anni, raggiungendo il suo picco nel periodo post covid, la città va stretta e si parla di andar via, di ritornare nella casa dei nonni, oppure parliamo di scappare nella grandi campagne del mondo che sono: l’Australia o la Nuova Zelanda.
Nella serie tv Yellowstone il protagonista John Dutton interpretato da Kevin Costner cerca di proteggere il proprio ranch, il più grande degli Stati Uniti, dagli speculatori edilizi a caccia di terreni, dagli abitanti di una riserva indiana e dalla vicinanza del primo parco nazionale d’America.
Proprio all’inizio due protagonisti hanno questo dialogo:
“Qui mi sento diverso.” dice uno dei protagonisti guardando la terra sconfinata che si apre davanti a lui “Ho come dei brividi non mi ero mai sentito così sino ad ora.”
“E’ perché vivi in città.” risponde l’altro con gli occhi persi nel panorama. “Le città rappresentano il tramonto della civiltà. Un monumento a un paesaggio ormai stremato. Gli uomini sono migratori per natura. Ciò che ora senti è l’istinto. E’ fame di nuove terre intessuta nel tuo DNA. E’ per questo che la nostra specie sopravvive mentre le altre si estinguono.”


Ma cos’è che in questi anni ci spinge a fuggire? Cos’è che ci opprime in queste città brillanti come carta di cioccolatino?
Una ipotesi, ma non certa l’unica, è che in città il collettivo soffoca la nostra individualità.
Che cosa non è una coda in macchina se non l’attesa di poter riprendere il cammino una volta liberata la strada dagli altri viaggiatori, e cosa non è la lettura del giornale se non la denuncia di chi non tiene comportamenti socialmente ammissibili, che cosa non è il semaforo rosso se non un piccolo stop al nostro normale procedere.
Jung scrive:

Maggiore è la carica della coscienza collettiva, più l’Iо perde la sua importanza pratica. Esso viene in certo qual modo assorbito dalle opinioni e dalle tendenze della coscienza collettiva: il risultato è l’uomo massa, sempre vittima di un qualche “ismo”.

Jung, Carl Gustav. Opere complete

Rispettare la collettività è cosa buona e giusta e Yellowstone è una serie tv girata nel Montana laddove si ci fa ancora giustizia da soli come ai tempi della conquista del West. Però se è vero che l’uomo è un animale sociale è anche vero che è necessario individuarsi come persona, trovare la propria strada al di là di ciò che compie la massa.

Sempre Jung scrive:
L’Io conserva la sua autonomia soltanto se non s’identifica con uno dei termini opposti, se sa mantenere una posizione equidistante tra gli estremi.

Andare a vivere al mare o sull’isola deserta o in una casa isolata in montagna forse, allora, è simbolo del nostro desiderio di individuazione in antitesi alla massificazione e ha il significato della ricerca di un centro interiore che nulla ha a che vedere con ciò che la società ci chiede di essere.
Inoltre è probabile che davanti al vuoto dei campi o persi nella visione della via Lattea possa essere più facile intravedere il proprio destino.
Proprio Jung intorno al 1930 si costruì una casa in pietra lontana dal chiasso della città.

“Fin dal principio tenni per fermo che avrei costruito vicino, all’ acqua. Ero sempre stato particolarmente attratto dall’incantevole scenario della parte superiore del lago di Zurigo, e così nel 1922 acquistai il terreno a Bollingen. È situato nel contado di San Meinrad, ed è vecchia terra consacrata, essendo appartenuta in passato al monastero di San Gallo. Dapprima non progettai una casa vera e propria, ma solo una specie di dimora primitiva, a un solo piano. Doveva essere una costruzione rotonda, con un focolare al centro e cuccette lungo le pareti. Più o meno avevo in mente una capanna africana, dove il fuoco, circondato da pochi sassi, arde nel mezzo, e tutta la vita della famiglia si svolge intorno a questo centro.

Jung, Carl Gustav. Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli Edition.

Il desiderio di andar via è anche un ritiro dentro se stessi abbandonando il mondo e le sue luci tentatrici per ritirarsi nel cantuccio della riflessione e dell’immaginazione.
Allora dove è possibile essere se stessi? In città rischiamo di perderci girando ininterrottamente sul raccordo anulare cercando quel centro pieno di promesse ma difficile da raggiungere. Lontani dalla città rischiamo l’autarchia fino al punto di immaginarci senza uno Stato e pronti a farci giustizia da soli.
La risposta è facile da scrivere ma difficile da fare, il centro occorre cercarlo dentro se stessi continuando ad oscillare tra natura/campagna e cultura/città.

In questo articolo la Dott.ssa Brambilla cita Ricordi, sogni, riflessioni di Carl Gust Jung oltre la serie tv Yellowstone.

Questo libro raccoglie la sostanza spirituale di un grande maestro della psicologia. Un’autobiografia che attraversa le zone più private e inaccessibili dell’animo umano.