Enea e l’ignoto

“Stanno suonando le campane?” mi dice Arianna in collegamento Skype dalla Nuova Zelanda.


Abituata a quel suono impiego qualche minuto a realizzare che le campane della vicina chiesa stanno suonando: l’Ave Maria. Mi volto verso la finestra mentre la tenda si alza leggermente lasciando entrare la cultura mia e quella di Arianna assieme alla luce rosa del tramonto. Il cattolicesimo, lo strapotere della madre impersonato dalla Vergine Maria, le cinque del pomeriggio, la fine del lavoro, il dì di festa di leopardiana memoria entrano irruenti nella seduta psicoanalitica .
Mi volto verso il video e Arianna sospira: “Che malinconia!”.
Approfitto di questa casuale interruzione per lavorare assieme ad Arianna sul suo passato, su una madre troppo invasiva che l’ha costretta a scappare dalla realtà di un paese che ama e rimpiange, ma a cui non vorrebbe tornare.


Ma che cos’è la nostalgia?
La nostalgia è un sentimento che esprime insoddisfazione, tristezza, assenza di qualcosa che possedevamo e ora abbiamo perso. Le campane che suonano sono per Arianna il passato che bussa alla porta e che le riporta nella mente: sapori, canzoni o immagini che divengono stranianti e che la fanno sentire alienata dal mondo in cui sta vivendo.
Due sono gli stati d’animo che la malinconia porta con sé: tristezza per ciò che si è perso e estraneità dall’ambiente in cui si vive.
Arianna dice che lì a Auckland ogni cosa che osserva è come se la vedesse per la prima volta, nonostante ormai siano due anni che abita in quel paese. La ragazza ha difficoltà ad andare a lavorare e a uscire con gli amici perché non riesce a sentirsi integrata con quella realtà ma soprattutto sente intollerabile l’essere invisibile alle persone intorno a lei. Condizione a cui anelava quando era a casa, ma che ora sembra non farla esistere agli occhi del mondo.
Nell’ascoltare ciò che mi racconta Arianna mi viene in mente un’immagine. Otto anni fa quando iniziai il mio lavoro con gli expat, alcune assistenti sociali di Sydney mi chiesero di fare terapia a delle anziane italiane, immigrate di prima generazione.
In realtà era impossibile seguirle; parlavano solo il dialetto calabrese, abruzzese o siciliano e la loro dimestichezza con il computer era scarsa. Le assistenti sociali mi raccontarono che le signore vivevano un senso di straniamento, come se avessero smesso di impastare tagliatelle e ravioli in quel momento e si fossero all’improvviso accorte di essere in una realtà diversa dalle loro radici.
Queste donne avevano continuato a cucinare perpetuando così una vecchia abitudine, ma appena avevano alzato la testa dal tavolo pieno di farina si erano accorte di essere in un altro paese e che gli altri parlavano una lingua per loro incomprensibile.
Con l’abito lungo e nero e il viso triste queste italiane in terra d’altri si sentivano un oggetto estraneo a tutto ciò che le circondava.
Un oggetto bello, antico e prezioso ma completamente fuori contesto esattamente come certe opere artistiche di arte contemporanea.
Pochi giorni fa in Tuscia, precisamente a Soriano nel Cimino, ho superato spazio e tempo e sono entrata in un sogno. Nascosta nella foresta, entro le mura di una antica chiesa senza tetto, vi era l’unica barca di marmo esistente al mondo fuori dalla Cina.


La barca è la copia perfetta dell’originale, costruita nel 1895 per il sessantesimo compleanno dell’imperatrice Cixi e regalata dall’imperatore, nipote dell’imperatrice, ad un imprenditore italiano che operava in Cina. Questo pioniere l’ha poi trasportata nella sua tenuta sui Monti Cimini.
Il manufatto è di una bellezza sorprendente, ma che cosa ci fa lì, in un bosco Umbro? Bello e estraneo al contesto esattamente come le signore vestite di nero con le mani sporche di farina che si guardavano attorno in un mondo pieno di luci, computer e rumori assordanti.
Quella tomba/ barca di marmo mi è parsa il simbolo di quell’estraniamento dove passato e futuro si fondono e si ammutoliscono lasciandoti senza un luogo.

Ritratto di Cixi, Hubert Vos, 1906, Olio su tela, Fogg Art Museum, Harvard University. Foto: Akg / Album


Casa tua è lontana: è lì in Australia o in Italia? Non è da nessuna parte e la sensazione è quella di aver perso tutto. L’unica cosa che rimane è il traballante desiderio di essere che pare sparire in questo luogo non nostro e in questo tempo che si biforca e che lascia l’identità franta, divisa in due parti.


L’Io dov’è allora?
Nel passato o nel futuro?

Il nostro Io è nella capacità di tenere questi due poli uniti senza lasciarne andare nessuno, la malinconia va portata e il senso di estraniamento va tollerato. Ed è solo così che la malinconia da mancanza ed estraniamento si trasforma in presenza di persone, luoghi ed emozioni che tornano a trovarti.
Le signore della prima immigrazione australiana per non avvertire la malinconia l’avevano rimossa ma nel contempo stesso si erano dimenticate di vivere la realtà che abitavano.
Ricordo che pur non potendo far nulla per queste signore avevo consigliato alle assistenti sociali di promuovere per loro delle piccole attività che gli facessero percepire la realtà che vivevano; una passeggiata fuori dall’abitazione, due parole in inglese, farsi accompagnare a far la spesa in un mall.
Ma come si porta il conflitto tra malinconia e estraniamento e la voglia di rimanere in quel posto estraneo che si è scelto?
Le immagini come sempre sciolgono il nodo del conflitto e fanno intuire la risoluzione. Nella mia città a Genova, nel bel mezzo di Piazza Bandiera, in zona della Nunziata, si trova una scultura che celebra uno dei momenti più alti della cultura occidentale: la commovente scena in cui Enea, che ha perso tutto ed è costretto ad abbandonare la città di Troia in fiamme, spinge avanti a sè il figlio Ascanio e porta sulle spalle il vecchio padre Anchise.

Enea che in spalla un passato che crolla tenta invano di porre in salvo, e al rullo di un tamburo ch’è uno schianto di mura, per la mano ha ancora così gracile un futuroda non reggersi ritto.

Il passaggio di Enea, Giorgio Caproni.
Fuga di Enea da Troia, Federico Barocci, 1598, Galleria Borghese, Roma



Ho già parlato della nostalgia di Ulisse per Itaca e per il suo letto costruito dentro ad un albero con radici profonde nella terra e l’ho equiparato al sentimento della mancanza da casa degli expat.
Ulisse, però, è tornato a casa, è stato riconosciuto dal suo cane e ha potuto riabbracciare la moglie.
Ma che cosa succede a chi a casa non vuole o non può tornare?.
Enea è l’eroe di chi sceglie di affidarsi al “destino”, al fato, alle parche. E’ a lui che tocca di farsi “pio” cioè obbediente al volere degli dei .
Egli, infatti, non tornerà in patria, asseconderà il suo destino e fonderà una nuova città che diventerà poi Roma Caput Mundi.
Ulisse e Enea due personaggi e due stati d’animo diversi.
I Greci credevano di essere nati dalla terra, come l’albero in cui era intagliato il letto di Ulisse.
Gli Ateniesi si vantavano di esserci sempre stati. Il loro primo re era sbucato dal suolo come un serpente e per questo aveva la parte inferiore del corpo coperta di scaglie.
“Noi siamo stati sempre qui”, dicevano “La nostra gente è nata da questa terra; possiamo accogliere i supplici e gli stranieri, anzi è la nostra legge a imporlo, ma i veri Ateniesi saremo sempre noi, i figli del serpente”.
I Romani, invece, sapevano di discendere da uno che viene da fuori, accompagnato da fuggiaschi che avevano attraversato il mare rischiando di morire e scomparire nelle acque.

Seneca, scrive: “L’impero romano ha come fondatore un esule, un profugo che aveva perso la patria e si portava dietro un pugno di superstiti alla ricerca di una terra lontana…” .

Ma malgrado tutto, al di là di tutto, i superstiti con dolore affrontando l’ignoto trovarono una terra dove stanziarsi, e con gli antichi abitanti di questa formano un unico popolo

Andare verso l’ignoto vuol però dire non aspettarsi un porto sicuro e la sicurezza la ricaviamo solo dal poter portare il passato sulle spalle, spingendo avanti il futuro.
D’altra parte Enea era un eroe / non eroe, persona “normale” ma figlio di una dea; Venere, quindi “fortunato” e “destinato”.
Ma questa è un’altra storia.

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